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Referendum giustizia, il Csm e il timore della delegittimazione. La difesa di Pinelli (eletto dal centrodestra)

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17.02.2026

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Referendum giustizia, il Csm e il timore della delegittimazione. La difesa di Pinelli (eletto dal centrodestra)

Il ruolo del vicepresidente e la linea del Quirinale

A poco più d’un mese dal voto, la sempre più aspra campagna referendaria è piombata dentro il Consiglio superiore della magistratura. A conferma che la vera posta in gioco non è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, bensì proprio l’organo di governo autonomo delle toghe. Che con la riforma costituzionale verrà sdoppiato, composto da consiglieri togati sorteggiati anziché eletti e privato dell’attività disciplinare. Con conseguente depotenziamento di un’istituzione messa a salvaguardia di autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario, di cui è presidente (nonché garante del corretto funzionamento) il capo dello Stato. Anche per questo, polemiche troppo accese innescate da esponenti di altre istituzioni rischiano cortocircuiti istituzionali che suscitano preoccupazioni all’interno dello stesso Csm.

La scorsa settimana è toccato al vicepresidente Fabio Pinelli replicare in maniera netta — «le accuse sono destituite di fondamento» — al ministro della Giustizia Carlo Nordio che aveva attaccato la Sezione disciplinare del Csm. E c’è da ritenere che fossero parole condivise con il Quirinale, come sempre accade per le uscite pubbliche. Il Guardasigilli aveva sostenuto che anche in quel «tribunale» tutto viene gestito dalle famigerate correnti, «e se qualcuno non appartiene alla corrente viene sacrificato come esempio di imparzialità, ma tutti sanno che non è così». Affermazioni gravi, alle quali Pinelli ha reagito quasi scandalizzato da un ministro che misura la serietà di un giudice in base al numero delle condanne emesse, in barba a ogni garantismo, e ipotizzando addirittura che si giunga a condanne di innocenti per coprire le assoluzioni dei colpevoli.

Il paradosso è che a difendere l’istituzione sotto attacco del centrodestra è un vicepresidente (che per legge presiede la Disciplinare) voluto su quella poltrona dallo stesso centrodestra. Il quale negli ultimi mesi, dopo un inizio piuttosto teso, ha guadagnato l’apprezzamento dell’intera componente togata, compresa quella progressista e «di sinistra» che non l’aveva votato, proprio per i suoi interventi a protezione del Csm.

Lo «scudo» di Pinelli

Non era la prima volta che Pinelli replicava al ministro sulle sanzioni disciplinari, citando anche il molto esiguo numero di ricorsi proposti da Nordio contro i verdetti che evidentemente non lo soddisfacevano. Tre settimane fa, invece, alla cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario, ha voluto fare scudo all’intera attività del Consiglio. Citando pure l’annosa questione delle nomine ai vertici degli uffici giudiziari: decise all’unanimità nell’80 per cento dei casi, e «su 135 incarichi conferiti, soltanto tre delibere sono state oggetto di impugnazione».

Per negare il presunto lassismo della Disciplinare, il consigliere togato Roberto Fontana, eletto come indipendente ma proveniente dalla «sinistra giudiziaria», ha pubblicato le statistiche della consiliatura in corso: le sentenze di condanna e i giudizi sospesi per cessata appartenenza all’ordine giudiziario (in pratica dimissioni per interrompere il procedimento) arrivano al 49 per cento del totale, in media con le attività giurisdizionali in ogni settore; e le ulteriori analisi disaggregate dei dati, anche sulle attività istruttorie compiute dalla Procura generale della Cassazione e dal ministro titolari dell’azione disciplinare, «non offrono il benché minimo sostegno alla tesi di un esercizio dell’attività giurisdizionale condizionato da logiche di giustizia domestica».

Argomenti buoni per una campagna referendaria che ha fatto irruzione a Palazzo Bachelet da quando le due componenti laiche di centrodestra, Isabella Bertolini e Claudia Eccher, sono entrate nel Comitato per il Sì alla riforma. Suscitando le proteste dei togati progressisti («Delegittimano l’istituzione») e la loro immediata replica: «Non pensino di zittire nessuno». Era solo l’inizio. Fatta salva la libertà di espressione che vale per tutti, il timore che il Consiglio venisse risucchiato nelle polemiche legate al voto s’è rivelato più che fondato. Dopo i togati intervenuti a sostegno del procuratore Gratteri bollati di «minima credibilità» da Nordio, siamo arrivati al ministro che ha accostato l’attività del Csm a «un meccanismo para mafioso» dove se un magistrato «non ha un padrino è finito, morto». Apriti cielo.

Per adesso Pinelli non ha aggiunto la propria voce al vespaio di reazioni, favorevoli o contrarie, per evitare di trascinare ulteriormente l’organismo presieduto dal capo dello Stato in un conflitto dove non si risparmiano colpi bassi. E pure il laico di centrodestra Enrico Aimi, dopo aver sostenuto che le dichiarazioni di Nordio «si collocano nel legittimo confronto», ha invitato tutti a confrontarsi sul merito della riforma «entro un perimetro politico-istituzionale corretto», rifuggendo dalla «sindrome delle torte in faccia».

Nel frattempo Fratelli d’Italia ha chiesto al Guardasigilli i dati delle nomine per scoprire se il Csm ha favorito i magistrati iscritti alle correnti in danno di quelli che non lo sono. E nell’ottica delle «toghe impunite», il quotidiano Il Foglio ha pubblicato un elenco di magistrati a cui il Consiglio ha garantito avanzamenti di carriera nonostante procedimenti disciplinari (e a volte penali) subiti. 

Tra questi un ex pm calabrese ora giudice civile in Sicilia, prima sanzionato dallo stesso Csm e poi promosso nella valutazione di professionalità, definito il «caso più incredibile»; una delibera approvata con una maggioranza risicatissima grazie al voto compatto dei laici di centrodestra, oggi schierati a favore della riforma. Altri paradossi di una campagna referendaria che non risparmia niente e nessuno.

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