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Le opzioni per aggirare il veto di Orbán. Rabbia per il «ricatto». E c’è chi valuta la sospensione del diritto di voto

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25.02.2026

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Le opzioni per aggirare il veto di Orbán. Rabbia per il «ricatto». E c’è chi valuta la sospensione del diritto di voto

Tra un mese l’Ucraina rischia di finire in bancarotta: sul prestito da 90 miliardi non c’è tempo da perdere

Il presidente del Consiglio europeo António Costa, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen

Dalla nostra corrispondenteBRUXELLES Il più diretto è stato il presidente del Consiglio europeo António Costa che in conferenza stampa a Kiev con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito un «ricatto» il comportamento del premier ungherese Viktor Orbán, che sta bloccando il prestito da 90 miliardi all’Ucraina deciso dai ventisette Stati Ue il 18 dicembre scorso. Una parola molto pesante. Il veto sul prestito è solo del premier ungherese, che è in campagna elettorale e indietro nei consensi rispetto allo sfidante del Ppe Péter Magyar, perché il premier slovacco Robert Fico non si è spinto a tanto: Orbán «sta violando il principio di sincera cooperazione tra gli Stati membri della Ue» ha detto Costa, invitando la Commissione «a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione nel trattato per superare questa situazione, per evitare che chiunque possa ricattare l’Unione europea». 

Budapest e Bratislava insieme, invece, bloccano il 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Su quello Bruxelles può lavorare ma è tra un mese che l’Ucraina rischia la bancarotta: sul prestito non c’è tempo.Non sono parole da prendere alla leggera quelle di Costa perché danno la misura della frustrazione degli altri leader europei, che probabilmente hanno condiviso con l’ex premier portoghese. Di sicuro lunedì i ministri degli Esteri hanno manifestato pubblicamente la loro contrarietà. I Paesi nordici e l’Olanda in passato hanno chiesto di valutare l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato nei confronti di Budapest, che comporterebbe la sospensione del diritto di voto in Consiglio: la presunta violazione del principio di leale cooperazione sarebbe una valida base giuridica. Una tale scelta sarebbe però un boomerang in campagna elettorale, renderebbe Orbán una vittima di Bruxelles. E poi è difficile pensare che Slovacchia e Repubblica ceca (ma anche l’Italia) sarebbero a favore. La premier Meloni ha anche partecipato a un video elettorale di sostegno a Orbán con leader dell’estrema destra europea, tra cui Alice Weidel di Alternativa per la Germania (AfD), che sta creando più di qualche mal di pancia nel Ppe e soprattutto a Berlino.

«In un modo o nell’altro, manterremo il prestito», ha garantito von der Leyen, aggiungendo che «abbiamo diverse opzioni e le utilizzeremo». Quali non è ancora chiaro. Due giorni fa l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha ipotizzato che se non funziona il prestito comune «possiamo sempre tornare a utilizzare i beni congelati, cosa che potremmo fare più velocemente». La situazione non è però cambiata da dicembre, c’è sempre il no del Belgio e restano i dubbi di Italia e Francia. Un altro vicolo cieco. 

Non sembra ancora il momento dei falchi, specie se si ascolta con attenzione von der Leyen. La presidente della Commissione ha spiegato che la Croazia ha aumentato il trasporto di petrolio verso Ungheria, Slovacchia e Serbia tramite la Adriatic Pipeline, dunque «la sicurezza energetica non è a rischio» e viene meno la scusa usata da Orbán per bloccare prestito e sanzioni, ovvero vincolare il suo via libera al ripristino dell’oleodotto Druzhba bombardato il 27 gennaio dai russi. Tuttavia von der Leyen ha invitato Kiev ad «accelerare i lavori di riparazione dell’oleodotto Druzhba», che è la richiesta di Budapest e Bratislava. 

La presidente della Commissione è stata cauta anche sulla tempistica dell’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Quattro anni fa von der Leyen si presentò a Kiev con il questionario per l’adesione, ieri ha dovuto ammettere che la data di ingresso del 2027 su cui conta Zelensky, considerandola una garanzia di sicurezza nel piano di pace, è «il vostro punto di riferimento, che volete rispettare», cioè il «benchmark» ucraino, e che «da parte Ue non è possibile fissare date precise», però il sostegno dell’Unione «al raggiungimento del vostro obiettivo è assolutamente chiaro». È da un anno che le conclusioni del Consiglio europeo sull’Ucraina sono a Ventisei e dunque non sono tecnicamente conclusioni. La strategia di ignorare Orbán comincia a mostrare dei limiti.

25 febbraio 2026 ( modifica il 25 febbraio 2026 | 10:57)

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