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Il Giappone (finalmente) riparte: perché con Takaichi è tornato il Sole a Levante

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18.02.2026

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Il Giappone (finalmente) riparte: perché con Takaichi è tornato il Sole a Levante

La rotonda vittoria di Sanai Takaichi in Giappone è il segno della nuova era post-deflazione nel Paese. Ecco cosa cambierà nelle isole nipponiche (e per noi)

La nuova premier giapponese Sanae Takaichi

Il Giappone si è rialzato. Ciò che è interessante nella vittoria a valanga di Sanae Takaichi alle elezioni dell’8 febbraio non è solo l’affermazione al potere di una figura nuova, conservatrice ma di rottura con la tradizione familista della politica nipponica; è il fatto che i giapponesi le hanno dato un mandato (oltre due terzi dei consensi al suo partito) per cambiare stagione, per fare uscire definitivamente il Paese da oltre tre decenni di sonno. In politica interna ed estera e in economia.

La scorsa estate, quando il primo ministro del tempo, Shigeru Ishiba, si dimise, una schiera di analisti scrisse i necrologi per il suo partito, il Liberal democratico Ldp. E quando videro che al suo posto era arrivata una donna (prima volta nel Sol Levante) che ammira le politiche che furono di Margaret Thatcher e non vuole litigare con Donald Trump, molti furono certi che avrebbe polarizzato il Paese e confermato la fine della forza politica che ha dominato la scena per gli scorsi sette decenni. È successo il contrario.

La nuova leader: motociclista, batterista, tifosa sfegatata

Takaichi, 64 anni, ha avuto una capacità straordinaria nel collegarsi agli elettori, di parlare del costo della tazza di riso, delle tasse, dell’immigrazione. E di colpire l’immaginario dei giovani con un uso dei social media che ha esaltato il suo passato di motociclista, di batterista in un gruppo heavy metal, di fan del baseball. Oltre che a parlare del suo abbigliamento e a sorridere, cosa non frequente nella politica giapponese dei seriosi uomini in grigio. Il mese scorso, per dire, ha invitato il presidente della Corea del Sud a una jam session di K-pop. 

Dopo la vittoria elettorale e dopo avere ringraziato gli elettori per averle dato «la forte spinta per realizzare questo cambiamento politico a tutti i costi», molti commenti si sono focalizzati sullo scontro con la Cina, che la vede come il fumo negli occhi, e sulla possibilità che la nuova leader voglia modificare la costituzione pacifista del 1947 (scritta dagli occupanti americani) per ufficializzare il ruolo delle forze armate, oggi esistenti ma in una zona giuridicamente grigia. Saranno questioni di grande rilievo durante il suo mandato ma l’impegno immediato sarà sul fronte interno, su economia e immigrazione.

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La deflazione pluridecennale è finalmente finita?

Il Giappone è a una svolta: gli elettori hanno segnalato di essere stanchi di rimanere, nonostante le eccezionali capacità tecnologiche del Paese, in un limbo di scarsa dinamicità. Dopo decenni di deflazione strisciante, il Paese registra da 45 mesi un’inflazione superiore all’obiettivo del 2% stabilito dalla banca centrale. Il costo del riso, elemento base della dieta giapponese, ha toccato i massimi da 50 anni l’anno scorso e ancora in dicembre era cresciuto di oltre il 30% su un anno prima. Takaichi ha promesso di affrontare immediatamente l’aumento del costo della vita e di sospendere per due anni la tassa dell’8% sugli alimentari. Allo stesso tempo ha annunciato un piano di spesa (poco thatcheriano, bisogna dire) per — sostiene — fare partire un ciclo virtuoso di consumi e di investimenti: una politica industriale a favore di settori ritenuti strategici. In più, intende rafforzare il settore della Difesa e della Sicurezza.

Tassi di interesse e inflazione 

Dovrà percorrere un sentiero sottile, però: la nuova «era inflazionista» del Giappone ha significato un aumento dei tassi d’interesse (oggi allo 0,75%) dopo che per anni e anni sono stati negativi. Una spesa pubblica massiccia avrà un impatto sul debito pubblico, già oggi superiore a novemila miliardi di dollari, ben più del doppio del Pil. È vero che gran parte di questo debito è detenuto in casa, in particolare dalla Banca del Giappone, e che una fuga da esso è improbabile. Ma un indebitamento massiccio ulteriore può fare alzare i tassi d’interesse che Takaichi vuole invece tenere bassi.In vista è anche la fine delle restrizioni all’export di armi. Al momento, le imprese della Difesa nipponiche possono esportare solo produzioni non letali: trasporti, materiale per lo sminamento, missioni di salvataggio. Allo stesso tempo, Takaichi dovrà tenere più o meno fede all’accordo che Tokyo ha stabilito con Trump, in base al quale Washington ha ridotto i dazi contro i beni giapponesi al 15% in cambio della promessa che il Sol Levante comprerà dall’America prodotti agricoli, aerei, materiale per la Difesa, energia e altro per 550 miliardi di dollari.

In più, Takaichi vuole affrontare la questione dell’immigrazione o forse meglio la questione degli stranieri, diventata molto sensibile. Durante la campagna elettorale, ha detto che renderà più difficile ottenere la cittadinanza per chi non è nato in Giappone e ha ripetuto storie apocrife secondo le quali ci sono turisti che prendono a calci i cervi, messaggeri degli dei shintoisti, che vagano liberi per il parco (e non solo) della sua città di nascita, l’antica capitale Nara. Turisti a parte, la limitazione dell’immigrazione si deve confrontare con l’inverno demografico del Paese, con il calo della popolazione.

La questione dell’esercito, tra le pressioni di Trump e le ire di Pechino 

Insomma, il mandato di Takaichi è potente ma potenti sono anche le aspettative che esso solleva e notevoli sono gli ostacoli ai suoi programmi. Se poi vorrà affrontare l’articolo nove della costituzione, quello che contiene la clausola della rinuncia alla guerra e fa divieto di mantenere un potenziale di guerra, troverà la benevolenza di Washington ma certamente le ire violente di Pechino. Oltre che i possibili dubbi dell’elettorato.Sta di fatto che, nell’economia come nella geopolitica, il mondo ha ora di fronte una nuova leader. E un Giappone che le ha detto di volere uscire dalla penombra nella quale vive dagli Anni Novanta del Novecento. È la quarta economia del mondo e vorrebbe superare di nuovo quella tedesca, tornare terza.

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