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La riforma della Corte dei Conti e la "firmite"

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27.12.2025
Correva la fine del secolo scorso quando chi scrive, all’epoca cronista praticante di questo quotidiano, saltabeccava da una parte all’altra della Calabria per raccontarne i mali atavici e, insieme, l’anelito di riscatto. E non era solo la malapianta della ‘ndrangheta a vessare i calabresi, ma anche l’eccessivo spreco di fondi in opere pubbliche non concluse, con cantieri beffardamente lasciati a metà in attesa dell’ennesima “variante in corso d’opera”: dighe mai ultimate, ospedali finiti ma rimasti chiusi, tratti stradali perennemente da riasfaltare… A volte, prima della magistratura ordinaria, a mettere il dito nelle piaghe di quella Sprecopoli calabra era l’allora procuratore regionale della Corte dei Conti: Nicola Leone, un magistrato che non consumava i tacchi delle scarpe nei corridoi degli uffici. Seguire le sue tracce significava addentrarsi nella palude di incompiute che punteggiavano la Regione. Sulle Serre vibonesi, Leone scoprì addirittura un invaso non completato, ma già presente su qualche mappa cartografica. Nel sito dell’opera non ultimata, campeggiavano cartelli di lavori degli anni Ottanta e qualche ruspa arrugginita. Troppo poco per una spesa di 100 miliardi di vecchie lire, dieci volte la previsione iniziale. Ne scrissero Avvenire e il Corriere della Sera, titolando in prima pagina sull’epopea del «lago che non c’è», quasi fosse........

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