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Possiamo imparare ogni giorno
come stare accanto a chi muore

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07.01.2026

La morte è un passaggio, concludevo la volta scorsa. Spesso, purtroppo, avviene in solitudine e in ospedale. E se la solitudine è sempre brutta, in quei momenti lo è, se possibile, ancor più. E, unita con il dolore, diventa insopportabile, sino a preferire la morte. Quante richieste di eutanasia partono di qui! C’è comunque una questione di fondo: non sappiamo più tanto stare accanto a chi muore. Ci mancano spesso le parole. Accompagnare è un’arte fatta di attenzione, comprensione, amicizia, pazienza, fedeltà, tenerezza: tutto per avvolgere d’affetto chi sta morendo. È una prospettiva presente in tutte le religioni. La fede aiuta, eccome! Madre Teresa di Calcutta, che dell’accompagnamento ai moribondi aveva fatto la vocazione sua e di tante sue consorelle, racconta: «Un giorno ho raccolto un uomo che giaceva nel canale di scolo. Il suo corpo era coperto di vermi… Non ha proferito maledizioni, non ha biasimato nessuno. Ha detto semplicemente: “Ho vissuto come un animale, ma morirò come un angelo, come qualcuno che è stato amato e di cui ci si è presi cura”. Furono necessarie tre ore per lavarlo. Infine l’uomo sollevò gli occhi alla suora e disse: “Sorella, me ne torno a casa, da Dio”, e morì. Non ho mai visto un sorriso luminoso quanto quello che vidi allora sul volto di quell’uomo…».

L’accompagnamento ha trovato nel corso dei secoli, di volta in volta, le sue manifestazioni. Non solo ha sollevato da angosce i più diretti interessati, ha scandito anche l’organizzazione stessa della società. È un enorme capitolo di sapienza religiosa e umana che ha segnato generazioni e generazioni di credenti. Dovremmo trarne insegnamento per l’oggi. Renderemmo meno triste la nostra società che non sa dire più nulla sulla morte, su quella dei propri cari, dei piccoli, degli innocenti e sulla esistenza di chi resta! Nell’ultima vicenda in Svizzera con la tragica morte di quei ragazzi, in diversi hanno detto e scritto «non ci sono parole». Mi chiedo: «Non ci sono le parole o siamo noi a non conoscerle più?». Forse non sappiamo accompagnarci neppure da vivi. Quanta solitudine! Parlarsi,........

© Avvenire