Chiusura e mini Ilva incubi di Meloni
Per molti la sorte è segnata: se andrà bene resterà in piedi solo una mini Ilva di Taranto. L’orologio corre veloce verso il 28 ottobre per quella che fu la più grande acciaieria d’Europa. Entro questa data si scioglierà il drammatico dilemma: resterà in piedi una mini Ilva, si salverà l’intero centro siderurgico o chiuderà una delle ultime grandi fabbriche dell’Italia del sud? Le tre ipotesi si rincorrono.
La drammatica crisi è formalmente scoppiata a fine luglio. Un mese fa la Corte d’Appello di Milano ordina di «sospendere l’attività» dell’area a caldo entro 90 giorni. Le attività potranno riprendere solo una volta «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e «adottato le misure necessarie per condurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno». Il gruppo siderurgico vuole ricorrere in Cassazione ma non si sa come finirà.
Il governo Meloni da circa un anno cerca disperatamente di vendere il gruppo siderurgico in agonia. Ora in sono rimasti in lizza solo tre possibili acquirenti: il colosso dell’acciaio indiano Jindal e una cordata in costruzione di 14 imprese siderurgiche italiane, in gran parte lombarde. La multinazionale Jindal a certe condizioni vorrebbe rilevare l’intero gruppo ex Ilva in amministrazione straordinaria compresa la parte a caldo minacciata di spegnimento, il cuore sono gli altiforni.
Jindal in una fase transitoria ne manterrebbe attivi........
