Viaggio nella cultura napoletana attraverso la filosofia
Chi è napoletano non spiega la propria filosofia ma la vive quotidianamente, sorretto da una saggezza radicata in forme di espressione proprie della cultura popolare. La concezione dell’esistenza dei partenopei si accompagna alla consapevolezza della sua brevità, che porta con sé il distacco tipico di chi osserva mentre vive. Sulle connessioni esistenti con le dottrine di pensiero “ufficiali” è incentrato l’arguto volumetto “La filosofia dei napoletani. Proverbi, filastrocche e personaggi caratteristici” di Sergio Zazzera, pubblicato dalla Giannini Editore nella collana “Sorsi”. Dal confronto tra i due tipi di approccio alle questioni esistenziali, Zazzera deduce che i napoletani sono eclettici in quanto hanno assorbito la lezione di ogni dottrina filosofica, finendo poi per rielaborarla in modo personale, anche distaccandosene totalmente. Ed ecco il discettare sul problema metafisico – l’esistenza del Padre e del Figlio, il rapporto tra il Bene e il Male – e su quello escatologico come nei versi della poesia “’A livella” di Totò, in cui la morte è vista come un evento trasversale che colpisce ogni individuo indipendentemente dal ceto sociale. Oggetto di discussione filosofica sono anche il problema fisico, riguardante i fenomeni naturali, quello logico o della conoscenza, quello etico e, infine, quello estetico che concerne la valutazione del bello. In tutti questi casi, la forma mentis dei napoletani, orientata verso la concretezza, si traduce in mere constatazioni di fatto, come si evince dai proverbi, filastrocche e wellerismi citati dallo scrittore. Dell’atteggiamento autolesionista degli abitanti del vicolo che vivono infischiandosene del prossimo – logica già sottolineata da Enzo Grano – si trovano tracce nell’espressione napoletana futtacumpagno che rivela l’influsso del materialismo di Thomas Hobbes e della filosofia cinica. Ad altre correnti quali l’utilitarismo la mentalità partenopea si può accostare per la propensione al concreto e l’indolenza verso il lavoro, incarnata dal furbo Pulcinella. Visibile è poi l’incidenza del pragmatismo, espresso dall’atteggiamento volto ad accettare la realtà con uno spirito di adattamento che scivola talvolta nella rassegnazione, e dell’epicureismo come attesta la presenza nell’antichità di ben due scuole, l’una a Posillipo, l’altra a Ercolano. Filosofi si possono considerare anche alcuni personaggi popolari come Pulcinella, figura a tratti anarchica che si finge stupida pur non essendolo affatto, e Totonno ‘e Quagliarella, il cui materialismo è modellato sul carpe diem oraziano. Sono proprio questi “pensatori” ad aver influito sul sentire di un popolo teso ad affrontare la vita in modo positivo, confidando nella speranza che rappresenta il raggiungimento di un obiettivo precluso nel presente ma realizzabile, pur con difficoltà, nel futuro. Questa visione, affermata già da Aristotele e da Ernst Bloch, affonda le sue radici nell’insegnamento di Eduardo, la cui allegoria della “nuttata”, più che ascrivibile al momento storico della guerra contro i fascisti, è da intendersi in senso permanente come un periodo di lotta del popolo in ogni tempo e luogo. Dalla filosofia del caffè di Eduardo è scaturita poi l’invenzione del “caffè sospeso”, usanza tipicamente partenopea in cui trionfa l’altruismo e la solidarietà disinteressata. La consuetudine del filosofeggiare si è diffusa tra la gente comune grazie al personaggio di Gennaro Bellavista, socratico come il suo creatore e alter ego Luciano De Crescenzo, e alla genialità di Massimo Troisi che, nel formulare i paradossi – celebre quello del napoletano in viaggio, visto sempre come un emigrante –, si avvicina ai sofisti. Non va dimenticato, infine, Riccardo Pazzaglia che, nelle vesti di uno stralunato filosofo nello show televisivo “Quelli della notte”, si è posto il problema delle origini dell’uomo, confutando la teoria del “brodo primordiale”. Merito del saggio di Zazzera è l’aver riportato l’attenzione sulla cultura napoletana che, con le sue tradizioni popolari, è ancora oggi sminuita, spesso in modo pretestuoso, da quei presunti colti che l’umorismo irriverente di Totò non avrebbe risparmiato.
