menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

La Cina sceglie visione e rischio

6 0
24.04.2026

95 gigawatt elettrici corrispondono a una erogazione di energia pari a tre volte quella consumata in un anno da un Paese come l’Italia, ma in Cina servono a coprire nello stesso periodo solo il fabbisogno energetico complessivo di una macro regione industrializzata. E la Cina non dispone ancora di quei gigawatt. Li avrà quando i 33 reattori nucleari in costruzione si aggiungeranno ai 58 esistenti. Allora potrà fornire energia elettrica a quasi l’intero sistema energivoro -abitazioni, imprese, trasporti, porti, data center- di una macro regione urbana industrializzata come quella del Guandong che conta 100 milioni di abitanti. Questione di proporzioni.

La crisi energetica aperta dalla guerra nel Golfo che suscita visioni apocalittiche nel campo occidentale, non ha trovato impreparata la Cina. Per la Cina la crisi attuale è una conferma della bontà della propria capacità di pianificazione. Primo obiettivo la resilienza, poi l’indipendenza. In dieci anni Xi Jinping ha fatto della ricerca di fonti energetiche e della produzione di energia la priorità economica e politica. L’aumento della produzione di energia elettrica ha riguardato tutte le tipologie di fonti disponibili ad oggi: del 275% da fonte solare, del 146% dall’eolico, del 35% dal gas, del 32% dal nucleare, del 20% dal carbone, e del 6% da idroelettrico. La produzione di petrolio è quasi raddoppiata -il Paese importa ancora l’80% di greggio-, quella di gas naturale è aumentata del 6%, e del 20% quella del gas tratto dalle rocce di scisto bituminoso. Più controverso l’impegno all’aumento della produzione nucleare. Il governo è convinto della sua necessità ma le difficoltà sono enormi. L’esperta Jane Nakano del Centre for Strategic and International Studies, intervistata da The Telegraph, dubita che l’obiettivo dei 95 GWe possa essere centrato. Per i nuovi reattori non ci sarebbe spazio sulla costa, e nell’entroterra mancherebbe l’acqua necessaria al loro raffreddamento. Ma si va avanti comunque e per assorbire la crisi di Hormuz, e sganciare l’industria petrolchimica dal petrolio e dal gas, il governo sta investendo anche sulla tecnologia di liquefazione del carbone.

La Cina non può fare a meno di moltiplicare gli sforzi in campo energetico. La crescita economica quantitativa non è più l’obiettivo dominante. La centralità ora è attribuita a tecnologia e innovazione. La Cina non vuol più rincorrere la frontiera tecnologica globale ma vuole definirla, anche se a costo di investimenti in tecnologie ad alto rischio e alta incertezza “commerciale” quali la quantistica, la fusione, la robotica avanzata, coerenti con una strategia in cui anche pochi successi possono generare ritorni sistemici elevati. È un impegno che comporta il rischio di entrare in una fase di squilibrio perché punta a dismettere il paradigma basato su crescita ad alta intensità di capitale, manifattura a basso valore aggiunto, settore immobiliare e infrastrutture come motori principali, che ha consentito un’espansione non assorbita dal mercato interno ma garante di livelli occupazionali stabili. Xi Jinping ha mantenuto un controllo rigido sull’acquisizione di consenso intorno al nuovo modello di crescita fino alla sua approvazione a marzo da parte dell’Assemblea Nazionale del Popolo che ha approvato il quindicesimo Piano quinquennale. I veicoli elettrici, la robotica, le biotecnologie e le tecnologie dello spazio sono i settori innovativi ma soprattutto i nuovi driver sistemici di sviluppo. L’obiettivo non è più l’imitazione ma la competizione diretta con imprese leader globali come Tesla e SpaceX. Il Piano quinquennale 2026-2030 punta a ridurre il ricorso a stimoli tradizionali, soprattutto a smettere tendenzialmente di insufflare risorse finanziarie in settori poco espansivi, e mostra fino a che punto per il governo cinese la politica economica sia legata alla sicurezza nazionale.

Gli economisti cinesi riconoscono che il problema centrale del vecchio modello di crescita è la sovraccapacità produttiva che nel contesto nazionale, a causa dell’intensa concorrenza tra imprese, produce una compressione dei margini di profitto e una corsa al ribasso sui prezzi. Il paradosso è che questa dinamica ha effetti positivi per i consumatori che beneficiano di prezzi molto bassi, come nel servizio di consegna del cibo o per i veicoli elettrici, ma negativi per le imprese che con profitti drasticamente ridotti, sono meno portate a spingere l’innovazione. D’altronde limitare la sovraccapacità implica l’uscita dal mercato di molte imprese, e così i governi locali continuano a essere incentivati a sostenere produzione, occupazione e PIL, alimentando il problema. In termini geopolitici alla Cina conviene mantenere questa situazione perché l’eccesso di produzione viene assorbito dai mercati esteri grazie a esportazioni a basso costo, rafforzando la competitività globale del Paese che conquista quote di mercato soprattutto in Europa e nel Sud globale, e aumentando la pressione sulle industrie dei paesi importatori che devono fare i conti col dramma della deindustrializzazione. Conviene almeno fino a quando i Paesi più danneggiati non metteranno in campo una reazione forte. Finora assente per il timore che misure protezionistiche unilaterali come i dazi tendano a deviare i flussi commerciali verso altri Paesi senza risolvere il problema generale. Le misure protezionistiche di Trump hanno deviato i beni manifatturieri di fascia bassa dal mercato statunitense verso quello europeo.

Ancorata a un paradigma di commercio regolato e multilaterale, contro la Cina l’Europa è restìa ad adottare il tanto evocato “bazooka”, l’arma finale anti-coercizione. Non vuol correre il rischio di rendere le proprie aziende nazionali meno competitive sul mercato internazionale. Nel 2024 la Commissione Europea impose dazi sulle importazioni di veicoli elettrici a batteria prodotti in Cina, per ridurre le vulnerabilità industriali interne considerato che l’industria dei veicoli elettrici fa capo a filiere strategiche quali le batterie, le materie prime critiche e i semiconduttori, da cui dipende la sicurezza tecnologica europea. Intanto però la Germania sta perdendo qualcosa come 10.000 posti di lavoro al mese nel settore industriale. Fino a quando l’Europa non sarà in grado di opporre piani di contenimento se non di dissuasione, la Cina continuerà a espandere l’export, attraverso una strategia differenziata di esportazioni di beni intermedi, non solo prodotti finiti, investimenti, e localizzazione parziale della produzione, rendendo più difficile per altri Paesi disaccoppiarsi dalla sua economia. Ci si attende che entro il 2030 i produttori cinesi diventino produttori locali europei. Lo sono già da quest’anno i colossi asiatici BYD in Ungheria e Chery in Spagna.

Il passo dunque è fatto, il Piano quinquennale approvato, e le risorse messe in campo. Contro ogni aspettativa esterna le istituzioni cinesi hanno accolto la scommessa -e l’espressione così poco cinese è confermata però dal Piano- di una crescita più incerta nel breve periodo per costruire un modello economico più avanzato, resiliente e autonomo nel lungo termine. Certo, continuando intanto ad affidarsi al successo delle esportazioni. Ma -avvertono alcuni osservatori da un podcast di Brookings- se le cose non dovessero andare come auspicato la Cina rischia stagnazione economica e tensioni sociali. Il nuovo modello di crescita delineato dal Piano quinquennale accetta una crescita più lenta ma con la prospettiva che essa abbia una qualità superiore, e sistemica, cioè capace di implementare l’intera struttura economica. Per gli esperti di Brookings questo passaggio della frontiera tecnologica globale comporterà crisi immobiliare, consumi deboli, e pressioni deflazionistiche, mentre i nuovi settori ipertecnologici non avranno ancora raggiunto la piena maturità. Nell’insicurezza alimentata dai lati oscuri del nuovo paradigma di crescita, coraggiosamente voluto e coercitivamente imposto da Xi Jinping, sopravvivono poche certezze: la sostenibilità del nuovo modello dipenderà anche dalla reazione politica internazionale, e la fase di transizione, che comporterà scenari inediti e verosimilmente molto difficili da gestire, sarà decisiva per la Cina e per l’assetto dell’economia mondiale. Le proporzioni contano.


© Avanti!