Sigonella e l’eclissi della sovranità: quando l’Italia sapeva dire no
C’è un’immagine che, a distanza di quarant’anni, brucia ancora nella memoria collettiva come l’ultimo bagliore di una nazione consapevole del proprio peso e della propria dignità storica: i Carabinieri e gli avieri della VAM che, a cerchio e con le armi spianate, circondano i Delta Force americani sulla pista di Sigonella. In quel perimetro di asfalto siciliano, nell’ottobre del 1985, non si consumò soltanto una crisi diplomatica ad alta tensione tra alleati, ma si celebrò l’atto di nascita — e forse l’ultimo vagito — dell’orgoglio di uno Stato. Era l’affermazione plastica che la sovranità non è una concessione benevola altrui, ma un muscolo politico e istituzionale che va esercitato con rigore, specialmente quando le pressioni esterne si fanno insostenibili. In quegli istanti drammatici, l’Italia non fu una mera “espressione geografica” o una base logistica a disposizione di potenze straniere, ma un soggetto politico sovrano, capace di far valere il primato del diritto nazionale su quello della forza bruta. Il protagonista assoluto di quella notte fu Bettino Craxi. Il leader socialista, con una fermezza che nel panorama dell’attuale politica, spesso prona a interessi sovranazionali e priva di visione, appare quasi mitologica, ebbe il coraggio di guardare negli occhi il gigante americano e rispondere con un secco e inappellabile: “In Italia comando io”. Non era la sfida velleitaria di un isolazionista, ma la riaffermazione di un principio elementare di civiltà giuridica. Craxi aveva compreso, prima e meglio di molti suoi contemporanei, che l’alleanza strategica con gli Stati Uniti non poteva e non doveva mai tradursi in una servitù cieca o in una rinuncia alla propria identità mediterranea. Quello scatto di reni permise all’Italia di mantenere un ruolo centrale e autorevole nello scacchiere internazionale, facendosi ponte necessario e rispettato tra l’Occidente e il complesso mondo arabo. Dopo di allora, purtroppo, quel filo d’oro si è spezzato: la politica estera italiana, e non solo, è scivolata progressivamente in un torpore fatto di silenzi, piccoli cabotaggi e allineamenti acritici, perdendo quel senso di libertà che solo una classe dirigente colta, strutturata e fiera della propria storia sapeva difendere. Se Sigonella rappresentò l’apice della statualità e della proiezione internazionale, l’inizio degli anni ’90 ne segnò il crollo strutturale, morale e antropologico. Il pool di Mani Pulite, pur nato sotto l’egida necessaria della lotta alla corruzione, si trasformò con inquietante rapidità in una sorta di rito di purificazione collettiva che travalicò i confini della giustizia per farsi tabula rasa della politica. Più che un processo “senziente” volto ad accertare responsabilità sia singole che politiche attraverso il rigore delle prove, Tangentopoli assunse ben presto i tratti di una rivoluzione giacobina, una lotta edipica dei figli contro i padri alimentata da un iperbolico protagonismo mediatico di sola facciata. Cosicché la magistratura, spinta da un’onda emotiva senza precedenti e dal plauso delle piazze, si perse in una requisitoria propagandistica che finì col demolire l’intera architettura della Prima Repubblica. In questo disegno, il pool di Mani Pulite scelse innanzitutto di colpire in modo pregiudiziale, identificando nel capro espiatorio di un intero sistema politico proprio la figura di Bettino Craxi, nella piena consapevolezza che abbattere il leader socialista — il perno più autorevole e solido della scena politica italiana di allora — fosse la via più breve per provocare il collasso dell’intero sistema. E insieme a lui, si mirava a sradicare l’idea stessa di una sinistra moderna e nazionale, così da sgombrare il campo e preparare la strada a una nuova classe dirigente i cui pessimi risultati, in termini di visione e competenza, sono oggi drammaticamente sotto gli occhi di tutti. Inoltre, si volle colpire deliberatamente la cultura politica stessa, ignorando colpevolmente che dietro i simboli dei partiti arsi sul rogo della pubblica opinione non vi erano semplici sigle, ma storie secolari, tradizioni popolari e una ‘scuola’ di pensiero che formava uomini di Stato capaci di leggere la complessità dei tempi. In politica, al di là delle responsabilità personali che semmai andavano accertate nelle aule di tribunale con serenità e non nelle arene televisive, servono processi dialettici, visioni contrapposte e sintesi storiche di alto profilo. Quando la magistratura si sostituisce integralmente al dibattito politico e ne diventa l’unico arbitro supremo, il risultato è una mera lotta intestina che lascia sul campo non solo macerie istituzionali, ma ferite umane insanabili. L’ascesa di figure come Antonio Di Pietro – il cui passaggio con studiata disinvoltura dalla toga al potere legislativo ne svela quantomeno la natura non del tutto disinteressata – e la successiva irruzione di Silvio Berlusconi, hanno segnato il definitivo passaggio dalla politica delle idee a quella dell’immagine, del marketing e del populismo giudiziario. Questa transizione ha trascinato l’Italia nel periodo più buio della sua storia recente, privandola di una bussola istituzionale e del suo più alto profilo dirigenziale, per consegnarla definitivamente a un eterno presente privo non solo di memoria, ma di una vera e propria cultura politica. Il risultato di questo terremoto sistemico è oggi sotto i nostri occhi in tutta la sua drammaticità: l’Italia ha perso il suo protagonismo non solo interno, ma soprattutto internazionale, riducendosi a semplice comparsa in un mondo che corre veloce. In un colpo solo, il Paese ha smarrito una classe dirigente che, pur con le sue ombre e le sue contraddizioni, vantava una preparazione culturale e una profondità intellettuale oggi drammaticamente rare. Senza una verità storica condivisa — una pacificazione che sappia distinguere l’eventuale errore del singolo dal valore inestimabile dell’istituzione — l’Italia resta prigioniera dei fantasmi del 1992, incagliata in un futuro che stenta a venire perché privo di radici solide. È proprio questa la lezione che dovremmo recuperare: la capacità di saper dire “no”, così come solo il leader socialista Bettino Craxi seppe fare con vera audacia e grande visione politica, rivendicando che quando è in gioco l’onore del Paese, non esistono interessi di parte, ma solo la suprema dignità di una nazione sovrana. Ed è propriamente questo ciò che più manca, oggi, nel panorama politico italiano. Redde rationem!
