Ma cosa se ne fanno America e Russia di migliaia di bombe nucleari?
A cosa serve accumulare migliaia di testate se ne basta una sola per cambiare la storia del mondo? Ogni volta che ascolto Donald Trump vantare la potenza militare americana, mi chiedo quale utilità concreta abbia quell’enorme arsenale nel momento in cui una potenza ostile facesse esplodere un ordigno su New York. Lo stesso interrogativo vale per Mosca. La forza assoluta non garantisce l’invulnerabilità. Gli ordigni nucleari moderni superano di molte volte la potenza distruttiva delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Già nel 1961 l’Unione Sovietica fece detonare la Tsar Bomba, un mostro atomico migliaia di volte più devastante. Da allora la capacità distruttiva non ha fatto che perfezionarsi. E allora la domanda resta: a cosa serve possederne diecimila? La deterrenza si fonda sull’equilibrio del terrore, ma l’eccesso diventa teatro. Mille, duemila, cinquemila testate non aumentano la sicurezza: la moltiplicano solo sulla carta. Una sola bomba nucleare sarebbe sufficiente a fermare qualsiasi ambizione militare, a congelare ogni arroganza geopolitica, a trasformare la retorica muscolare in silenzio irreversibile. Paradossalmente preoccupano di più gli arsenali piccoli e opachi che quelli dichiarati e monitorati. Chi ostenta forse rassicura; chi tace inquieta. Le guerre convenzionali – missili, droni, bombardamenti – continuano a uccidere civili e a muovere interessi economici. Ma il nucleare appartiene a un’altra categoria: non è un’arma da usare, è un’arma da non usare. È il simbolo definitivo dell’autodistruzione possibile. Le superpotenze lo sanno. Per questo probabilmente non premeranno mai quel bottone. Ma resta un’altra domanda, meno discussa e più scomoda: che fine hanno fatto le migliaia di testate smantellate negli ultimi decenni da Washington e Mosca? Possiamo davvero dare per scontato che ogni materiale fissile sia stato neutralizzato? E che nessuna crepa si sia aperta nel sistema? Capisco quindi l’apprensione verso la proliferazione nucleare, dall’Iran a qualsiasi altro Paese che ambisca alla bomba. Perché nel mondo atomico non conta la quantità: conta l’esistenza stessa dell’arma. Una sola è già troppo.
