Per un “sì ragionato”: la sfida della separazione delle carriere in un convegno al palazzo di giustizia di Napoli
Dalle pagine del libro di Gennaro De Falco al dibattito costituzionale, il Comitato Montesquieu espone le ragioni di una riforma che punta a superare i retaggi del passato e le “post-verità” del web.
Al Palazzo di Giustizia di Napoli, la presentazione del libro dell’avvocato Gennaro De Falco, “Il processo dietro le quinte” (Bussola editore), si è rivelata l’occasione propizia per riunire le migliori menti giuridiche della città e sottolineare l’impegno del Comitato Montesquieu — guidato dal presidente Lucrezi e dal segretario Pier Giacinto di Fiore — a favore del “SÌ” nel referendum sulla separazione delle carriere. La riforma oggetto del quesito referendario affonda le sue radici lontano nel tempo. Lo storico Giulio De Martino, nella sua relazione, ha tracciato un “filo rosso” che lega l’attuale dibattito alla nascita della Repubblica. Richiamando la VII disposizione transitoria della Costituzione, De Martino ha evidenziato come, nell’immediato dopoguerra, rimasero in vigore “provvisoriamente” i codici di impostazione fascista; i Padri Costituenti, tuttavia, esortarono a un processo di riforme che affermasse una nuova visione della giustizia, in armonia con il modello democratico e pluralista emerso dall’Assemblea Costituente. Questo percorso si è rivelato più laborioso e osteggiato del previsto. Storicamente, il PSI è stato il partito di governo più attento alle istanze riformatrici: si pensi all’opera di Giuliano Vassalli, partigiano, giurista e politico socialista, padre del codice del 1989. Quel codice affermava il principio della separazione delle funzioni, aprendo la strada a quella che sarebbe stata la naturale evoluzione del sistema: la completa separazione delle carriere con due distinti organi di autogoverno. Un obiettivo, questo, perseguito con tenacia anche dal Partito Radicale che, coerentemente con la propria natura di piccola minoranza attiva e libertaria, ha preparato il terreno alla riforma promuovendo sotto la guida del suo storico leader Marco Pannella una cultura del garantismo e della piena parità tra le parti nel processo: un impegno che continua ancora oggi come testimonia il servizio pubblico reso da Radio Radicale con la trasmissione integrale del convegno. Come sottolineato dai relatori, il paradosso di questa campagna referendaria risiede nel fatto che i fautori del “NO” agitino lo spauracchio di una “riforma fascista”, proprio mentre difendono uno status quo che risale al Ventennio (nello specifico, alla Legge Grandi del 1941). Uno dei momenti più toccanti del dibattito ha riguardato il ricordo del Caso Tortora. Nonostante la sua potenza mediatica, quella vicenda non è ancora stata pienamente assimilata come lezione civile. Il rischio attuale è quello descritto nelle pagine del libro di De Falco: che la giustizia diventi un “teatro” dove a comandare è il “loggione” (l’opinione pubblica più viscerale), complice la potenza invasiva dei media che distorce la realtà processuale. Pier Giacinto di Fiore e Diego Perifano hanno denunciato la politicizzazione del referendum, che sta permettendo a sentimenti di “rabbia e paura” di prevalere sul ragionamento. In particolare, Di Fiore ha tenuto a precisare che questa non è affatto una riforma “contro” la magistratura, bensì un intervento necessario per restituirle piena dignità e terzietà. È proprio a un “Sì ragionato” che i relatori invitano i cittadini: una scelta consapevole che superi i pregiudizi e le “post-verità” diffuse in questi giorni. Tra queste… L’accusa di “Fascismo”: è stato ribadito che fu proprio il regime fascista a volere l’unità delle carriere per consolidare il potere totalitario. Chi difende l’assetto attuale, paradossalmente, difende un impianto illiberale. La sottomissione all’Esecutivo: la riforma non prevede alcuna subordinazione del PM al Governo. Al contrario, garantisce un giudice terzo e due Consigli Superiori distinti, con membri estratti a sorte per depotenziare le logiche correntizie. Il venir meno dell’indipendenza: come ricordato dall’avvocato Domenico Ciruzzi, la vera indipendenza si realizza quando il PM non ha più il potere di influenzare, tramite il voto su promozioni o sanzioni, il giudice chiamato a decidere sui suoi casi. Ma se i promotori del Sì non sono “cripto-fascisti” e neppure i “poco di buono” individuati da un magistrato mediaticamente sovraesposto, allora chi sono? L’avvocato Gerardo Rocco di Torrepadula si è detto fiducioso nella presenza di un fronte liberale trasversale: una “maggioranza silenziosa” che auspica una giustizia basata sulla parità delle parti e sull’autonomia reale. In conclusione, Luigi Perifano (Responsabile nazionale Giustizia del PSI) ha analizzato come il dibattito referendario si intrecci con l’evoluzione dei sistemi di comunicazione: “Gli algoritmi dei social sono programmati per promuovere ciò che genera ingaggio, e nulla crea interazione più della rabbia e della paura. Chi si oppone alla riforma evoca timori ancestrali e diffonde post-verità che oscurano i dati tecnici. Contro questo ‘NO’ urlato, serve un ‘SÌ’ consapevole”.
