Tutti cercano lavoro. Ma non si incontrano
Sul volo interno che da Guangzhou mi portava a Pechino mi è capitato accanto un pezzo di mondo. Si chiama Angela. L’ho incontrata su un aereo, si dice per caso.
Salendo a bordo avevo preso una copia di un giornale cinese. Non ce n’erano altri. Seduta accanto a me c’era Angela. Le ho chiesto se potesse aiutarmi a capire cosa ci fosse scritto. Lei ha sorriso. E ha iniziato a tradurre. Era un messaggio di Xi Jinping, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Spiegava i cinque punti fondamentali del piano del partito comunista. Quando ha smesso di tradurre, abbiamo iniziato a parlare.
Studia bioingegneria a Pechino. Viene dal nord della Cina, quasi verso la Mongolia, da una città dove in inverno si scende a meno trentacinque gradi. Parla un po’ italiano, abbastanza da sorprenderti. E soprattutto ha fatto quello che oggi fanno molti ragazzi molto bravi: ha provato a uscire.
Per sei mesi ha preparato le candidature per un dottorato in Olanda. Era stata ammessa. Poi è stata respinta. Non per i voti. Non per mancanza di capacità. Per il posto da cui arriva. La sua università è collegata anche a ricerca aerospaziale e di difesa, e in questo momento storico basta questo per finire dentro un perimetro di restrizioni. Così una studentessa di bioingegneria diventa un sospetto. Mi ha detto una cosa semplice, senza rabbia: anche con un PhD oggi in Cina non è facile trovare lavoro. Per questo vuole andare all’estero non solo per studiare, ma per restarci.
Qualche giorno dopo, sempre in Cina, ho incontrato altri candidati. Non erano persone. Erano robot. In una startup tecnologica ho visto macchine che imparano a lavorare. C’è chi insegna loro a piegare una maglietta, a spostare una cassa, a riconoscere un oggetto. Sbagliano, riprovano, accumulano dati. È una forma di apprendistato. Solo che qui l’apprendista non ha un curriculum, ma un algoritmo. E il suo “cervello”, in buona parte, non nasce nemmeno lì: nel racconto della visita emerge una catena del valore in cui il modello logico sta soprattutto nell’orbita di Stanford e di aziende statunitensi come Physical Intelligence (collegata a Google), mentre in Cina si costruisce il robot, e si raccolgono i dati necessari per addestrarlo.
La cosa impressionante non è che i robot siano già pronti a fare tutto. Non lo sono. Alcune dimostrazioni riescono, altre molto meno: una maglietta stropicciata viene riconosciuta, un telefono da afferrare scivola, un comando vocale si inceppa. Ma il punto è un altro: anche loro stanno cercando un posto nel lavoro umano.
Poi, tornando in Europa, mi sono imbattuto in Emma. Emma è un robot sociale sviluppato da una startup di Monaco. Non lavora in fabbrica. Lavora nelle case di cura. Riconosce i volti, ricorda le conversazioni precedenti, tiene compagnia agli anziani. Il contesto in cui nasce è molto concreto: le case di riposo affrontano insieme carenza di personale e solitudine, e una persona su cinque tra i residenti con più di 80 anni si descrive come gravemente sola. Una donna, Waltraud, racconta che all’inizio era scettica, poi col tempo ha sentito un legame con Emma.
Una ragazza che cerca un dottorato. Macchine che imparano a lavorare. Un robot che fa compagnia. Tre storie diverse, in apparenza lontane. Poi torni a casa e capisci che non sono affatto lontane.
In Lombardia mancano infermieri. Molti. E non è una formula astratta. L’autunno scorso, per i corsi di infermieristica dell’Insubria nelle tre sedi di Como, Varese e Busto Arsizio, i posti disponibili erano 249 ma le domande si sono fermate a 166, con il rischio concreto di ritrovarsi ancora una volta con aule semivuote. Qui il punto si fa interessante. Perché mentre in alcuni settori costruiamo lavoratori artificiali, in altri non riusciamo ancora ad attrarre abbastanza lavoratori umani. E allora il territorio prova a muoversi.
A Varese, il Centro Gulliver, insieme a Regione Lombardia e Università dell’Insubria, ha messo in piedi il progetto Magellano. Non uno slogan, ma due percorsi distinti: “Magellano Professional”, per infermieri già laureati in Sud America, e “Magellano Student”, per studenti universitari sudamericani che svolgono un periodo di formazione in Italia in vista di un possibile inserimento successivo. Il progetto è nato per rispondere alla carenza di personale sanitario e ha coinvolto, tra gli altri, l’ASST Sette Laghi, il Campus Cascina Tagliata di Varese e l’Ospedale di Circolo.
Anche qui i numeri aiutano a capire che non stiamo parlando di teoria. Un primo gruppo di 11 infermieri provenienti da Argentina e Paraguay è arrivato in Italia l’11 novembre 2023 e ha completato il percorso formativo a Varese prima dell’inserimento lavorativo; nel 2024 altri arrivi hanno riguardato ancora l’ASST Sette Laghi, mentre nel 2025 il modello è stato esteso anche a Pavia. Nel 2024 hanno inoltre partecipato al progetto 12 studenti paraguayani e peruviani, e altri 12 risultavano poi impegnati nella formazione sul campo presso strutture sanitarie lombarde.
Il lavoro c’è. Le persone anche. Ma spesso non sono nello stesso posto, non hanno gli stessi documenti, non entrano nello stesso perimetro politico, linguistico, burocratico.
Angela cerca lavoro in Europa e non lo trova. In Lombardia cerchiamo infermieri e non li troviamo. Nel frattempo, da un’altra parte del mondo, costruiamo macchine che imparano a lavorare al posto nostro. E robot che imparano a stare con chi resta solo. Tutto questo accade nello stesso tempo.
Non è una storia sulla Cina. Non è una storia sui robot. Non è neanche solo una storia lombarda. È una storia su un mercato del lavoro che non manca di bisogni, ma di incastri. È un mondo in cui la carenza e l’eccesso convivono: posti scoperti da una parte, talenti bloccati dall’altra, tecnologia che avanza nel mezzo. Forse la domanda giusta non è più chi ha bisogno di lavoro. Ma se siamo ancora capaci di far incontrare le persone giuste nei posti giusti.
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