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Catella: «A Milano il positivo c’è. Servono regole chiare, certe e trasparenti»
Pubblichiamo di seguito la trascrizione dell’intervento che Manfredi Catella, fondatore e Ceo di Coima, ha pronunciato ieri al convegno “Milano, fine dei giochi?”, organizzato da Tempi e Ccl – Consorzio Cooperative Lavoratori. Oltre a Catella, al dibattito sul futuro della città hanno partecipato: Marco Riva, presidente del Coni Lombardia, Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi, Michela Mineo, coordinatrice di Casa Jannacci per Medihospes, capofila della coprogettazione, Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, Andrea Severini, amministratore delegato di Trenord, Alessandro Maggioni, presidente di Ccl, Sergio Urbani, direttore generale di Fondazione Cariplo, Giovanni Bozzetti, presidente della Fondazione Fiera Milano, Andrea Dellabianca, presidente della Compagnia delle opere, Marco Giachetti, presidente della Fondazione Policlinico, Maurizio Lupi, deputato e presidente della Fondazione Costruiamo il futuro, Anna Scavuzzo, vicesindaco e assessore alla Rigenerazione urbana.
Ho perso l’ispirazione
Grazie dell’invito. Decidere di partecipare oggi è stato un po’ impegnativo per me, quindi parto con una confidenza che magari inquadra anche il ragionamento che cerco di condividere.
Coima condivide con Ccl cinquant’anni di storia, sempre con la nostra famiglia, e, negli ultimi vent’anni, diciamo per farla semplice, abbiamo lavorato su questa città con impegno e con passione che io, personalmente, ho perso nell’ultimo anno. Poi, siccome siamo persone responsabili, siamo imprenditori responsabili, siamo andati avanti in modo un po’ meccanico. Il villaggio olimpico lo dovevamo fare, l’abbiamo fatto, abbiamo lavorato a testa bassa, ma abbiamo perso l’ispirazione. E, quindi, io, in questo anno, praticamente, non sono andato da nessuna parte, non ho voglia di parlare da nessuna parte, non so se ho qualcosa da dire e non so se ho voglia di ascoltare.
Quindi, purtroppo, parto con una confidenza, che adesso spiego naturalmente, negativa: perché ho perso l’ispirazione? Perché la cosa più grave che è accaduta a Milano, secondo me, in questo anno, è stata il silenzio di una società civile che Milano ha ed è straordinaria e una propaganda completamente sbagliata, strumentale, opportunistica – ci sono sempre i motivi per cui i rumori prendono voce -. Ma la cosa grave non è chi fa propaganda, la gravità è di chi sta zitto, quindi io ho perso l’ispirazione.
Perché sono venuto? Sono venuto – non per parlare di me e quindi se sono qua cerco di dare un contributo a una discussione che è partita in maniera straordinaria e ho preso note di tante cose che sono state dette – per due motivi: uno personale – e poi ho finito con le cose personali e parlo di altri – e uno invece più profondo. Allora, quello personale è perché quel signore lì – Alessandro Maggioni – io lo stimo, abbiamo gli stessi valori, facciamo delle cose insieme, me l’ha chiesto, e io, come gli ho detto, “se me lo chiedi, vengo”; due, perché Tempi è un luogo di cultura, un media di cultura che io rispetto e quindi mi fa piacere essere qui. Fine della motivazione personale.
L’altra, invece, più profonda, è perché io, personalmente, non riesco da padre di sei figli, da imprenditore eccetera, a far prevalere la mancanza di ispirazione. Soprattutto perché, in realtà, sono convinto al cento per cento che questa città abbia, e forse bisognerebbe misurarlo, la maggiore densità di talento, intelligenza, competenza trasversale nei settori e nell’età di, non voglio dire del pianeta, ma sicuramente ha un punto di grandissima densità di intelligenza. Quindi, il silenzio non è giustificato. Se io stessi zitto, farei parte di quel silenzio, e non me la sento.
Adesso parte un periodo elettorale. Tutti i periodi elettorali sono dei momenti in cui il dibattito ritorna. Deve essere un dibattito serio, quindi, nel piccolo, cercherò di dare un contributo partendo da oggi.
Vediamo intanto cos’è stato detto. Innanzitutto, la narrazione di questa città è completamente sbagliata. Dal mio punto di vista, per come l’ho vissuta e per come la conosco, la traiettoria di Milano è positiva. E quando bisogna parlare di quello che non va bene, non bisogna negare il positivo, bisogna – con lucidità, analisi, scienza, metodo – dire cosa è mancato e come va risolto. Negare il positivo non è la formula giusta, dobbiamo lavorare su quello che invece va fatto.
Ho ascoltato prima, e mi dimostra, come non avevo dubbi, la qualità che questa città ha. Ci sono stati i relatori di prima. Billari ha parlato di città metropolitana – internazionalità, bilinguismo (due punti molto precisi) – e ha parlato di anche di “area” metropolitana. Poi si è parlato di un programma di welfare, quindi non lavoriamo sui salari, ma di programmi di welfare e quindi come possiamo integrare. Terzo, si è parlato di integrazione, sia di mobilità, sia umana, che torna di nuovo al welfare. Quindi tutti contenuti molto pratici.
Milano è un’area metropolitana
Provo a fare un’analisi molto semplice che divido in quattro argomenti: macro, capitale, operatori, regole.
Macro. Stiamo vivendo un tema che è un trend mondiale delle società occidentali: migrazioni, le persone vanno verso le città, oppure no (post Covid vanno verso le città). Di conseguenza, le città sono le infrastrutture più importanti e vivono un periodo di aggiustamento necessario. A Milano non capita niente di diverso da quello che capita in tutte le città principali. Questo non è, scusate, “mal comune mezzo gaudio”: è un tema comune che va affrontato.
Secondo: Milano – se ne è parlato e secondo me questo è un tema centrale – non è Milano. Milano è una regione, è un’area metropolitana. Noi abbiamo la fortuna di vivere nel paese dei mille campanili. Cosa vuol dire? Siamo già policentrici, cosa che in altri paesi non è così. La Francia ha Parigi, la Spagna ha Madrid e Barcellona, l’Inghilterra ha Londra. Noi abbiamo mille campanili, facilmente connettibili. Quindi il tema della policentricità, dell’area metropolitana e della connessione di mobilità è centrale.
Molte delle soluzioni sono lì. Ma chi l’ha detto che Via della Spiga deve essere affordable? Via della Spiga non deve essere affordable. Se le case vanno da 15.000 a 50.000, ben venga, non è quello il punto. Il punto è cosa manca. Noi abbiamo un territorio dove non c’è Via della Spiga. Quanto costano le case a Sesto? O quanto costano le case in altri paesi? E se produciamo di più, perché Madrid è inclusiva? Leggetevi Il modello Madrid che non è propagandistico, ma è tecnico, un volume tecnico. È perché hanno fatto deregulation, hanno costruito di più, hanno creato offerta. In cinque anni hanno generato il 30 per cento in più di case e – risultato – i prezzi sono andati giù. Le regole dell’economia sono semplici, non si capisce perché qua parliamo… di non so che cosa.
Andiamo avanti. Patrimonio pubblico. Il patrimonio pubblico è la grande risorsa che questo paese ha. Abbiamo un patrimonio gigante, pubblico, non utilizzato, da rifunzionalizzare. È una risorsa, è una materia prima: va usato. Poi ci vogliono i dati. Quante case mancano davvero? Quali sono i prezzi che dobbiamo mettere? Mettiamo dei dati veri, scientifici, sul tavolo, perché solo così si risolvono i problemi.
Passiamo al capitale. Per fare le cose ci vogliono i soldi. Il capitale può essere pubblico – e allora decide il pubblico, non ne parliamo – o deve essere privato. Se è privato, ci sono delle realtà straordinariamente virtuose, le cooperative, che quindi non hanno bisogno di profitto, fanno quel mestiere per missione, ma non gli bastano i soldi, quindi ci vuole anche il resto del mercato. Se non ci vuole, mi azzittisco, ma secondo me sembra che ci voglia, faccio un commento di metodo. Chi è questo privato? Di nuovo: basta propaganda, non c’è lo speculatore signor X che mangia i bambini e si arricchisce. Ci sono in Italia le società di gestione del risparmio: società vigilate di diritto italiano, non lussemburghese, non vattelapesca, italiano. Sono vigilate, che vuol dire che sono regolate da Banca d’Italia e Consob, al cui interno hanno una governance molto importante: non è il consiglio di amministrazione e basta, ma è il collegio sindacale, è il comitato rischi, è il comitato compliance, è il comitato sui conflitti, è il comitato nomine e così via. Tutta un’infrastruttura di controllo, di presidio, di serietà, di trasparenza, di tracciabilità, di ispezione.
Questo è il mercato. Cosa fanno questi signori? Fanno dei fondi immobiliari e raccolgono capitale, i soldi. Chi glieli dà i soldi? I soldi glieli danno gli investitori istituzionali. Scusate se sono così didascalico, ma se non si dicono le definizioni non si capisce niente, e si fa propaganda. Gli investitori sono – io li divido in tre categorie, questo ovviamente è soggettivo -: ci sono gli investitori italiani, i fondi pensioni italiani. I fondi pensioni italiani vogliono un rendimento, non fanno filantropia, devono avere un rendimento. Il rendimento qual è? O io investo in Btp o, se investo in case o in altro, il rischio è maggiore e quindi devo avere un premio. Quanto è il premio? Il premio per un investitore italiano è più piccolo perché non ha lo spread rischio Italia perché sta in Italia e perché, magari, ho anche un interesse a favorire l’economia perché se c’è occupazione ho più contribuenti e di conseguenza il mio modello funziona.
Se sono il fondo pensione coreano non mi interessa niente dell’occupazione italiana né tantomeno dell’Italia, quindi c’è uno spread sull’Italia. Quale? Btp Bund almeno, e ho un tema opportunistico, quindi un po’ di più il premio. E poi ci sono invece i grandi gestori internazionali (non faccio nomi), ma è chiaro che loro devono avere un rendimento maggiore. Quanti soldi hai? Dove li prendi? Devi avere un numero. Fine, è così. I numeri sono trasparenti, si possono fare, ve li posso dire, cambiano nel tempo ma sono trasparenti.
Regole chiare, certe, trasparenti
Andiamo sul quarto: le regole. By the way, in Italia l’unico soggetto che ha fatto bene pubblico-privato si chiama Cdp, ma fatemi precisare, Real Asset dove l’amministratore delegato è Nino Turicchi: fondo social housing, soldi dello Stato, dentro una Sgr statale, sceglie con procedure trasparenti gli operatori. Ci sono operatori bravissimi, qua, voglio dire, c’è Sergio e Fabio che rappresentano forse tra di noi l’eccellenza italiana da questo punto di vista, in tema appunto di abitazioni e di accessibilità. Ci sono in Italia. Date loro i soldi come è stato fatto e vedrete che le case le faranno. Non c’è nessun tema, quindi il tema della trasparenza è fondamentale.
Ora le regole, e così concludo. La situazione di Milano è gravissima e il Comune ha sicuramente una responsabilità molto molto rilevante. Prima di tutto, se capisci i numeri in un rapporto pubblico-privato trasparente devi capire che quel rendimento glielo devi dare. Se i costi di costruzione sono andati dove sono andati e non si possono fare, non si può ottenere quel rendimento, i soldi del privato non arriveranno, punto, non arriveranno. Allora, se ne hai bisogno, tu pubblico devi trovare dei metodi trasparenti di incentivo: perché gli dai più volumi, perché gli fai pagare meno gli oneri, perché… quello che volete. In maniera trasparente, oggettiva, vai a vedere chi fa bene e come lo fa. E, a questo punto, i soldi arriveranno e le case arriveranno.
E le regole devono essere chiare, certe e trasparenti. Se c’è una procura che interpreta una normativa non applicata correttamente, senza discutere se è giusto o non giusto, la politica che fa le leggi deve fare delle leggi chiare. Se no, noi operatori non è che andiamo a Roma, ma cambiamo mestiere, vendiamo le aziende e andiamo a fare altro.
Io credo che le soluzioni ci siano tutte. Sono da affrontare con metodi di competenza tecnica, scientifica e di un rapporto pubblico-privato sano e trasparente. E abbiamo davanti qualche mese su cui questi programmi vanno fatti. Quello che è stato detto prima di me era molto concreto. È evidente che si può fare e devo dire che non dobbiamo inventarci proprio niente.
(Appunti non rivisti dall’autore)
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