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L’(im)possibile convivenza di popoli in Medio-Oriente

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25.03.2025

Si vis pacem, para bellum. Questa famosa locuzione latina ricorda gli anni del liceo quando in piena guerra fredda i nostri insegnati ci ammonivano ricordandoci che essa era espressione del popolo romano, che della guerra faceva una ragione di vita, ma che ormai i popoli europei, che erano usciti indenni dalla II Guerra mondiale, conquistata la pace, l’avrebbero difesa e custodita senza fare più ricorso alle armi. Siamo così giunti ai giorni nostri con l’assoluta convinzione che la civilissima Europa non avrebbe più avuto bisogno di dotarsi di eserciti per difendere i propri confini, al massimo li avrebbe utilizzati per intervenire nelle “missioni di pace” all’estero. Ma le cose non sono andare esattamente così: salvo qualche piccola eccezione che – come si sa – serve per confermare la regola, nello spazio di meno di un mese le nazioni europee, – meglio i loro governanti -, hanno dovuto tradurre in un linguaggio più burocratico e moderno la famosissima locuzione latina di cui sopra. Ed ecco che è stato creato l’acronimo “ReArm Europe”, prontamente sostituito da uno meno invasivo denominato “Readiness 2030”, un’operazione di maquillage, visto che alla fine i contenuti sono gli stessi: quelli del riarmo europeo.

È chiaro che sia chi scrive che sia chi legge non ha alcun potere per intervenire su tali decisioni, salvo che una “vibrata protesta”, come diceva un famoso comico. Però non è concesso né a me né a voi, cari lettori, di assistere a tutto ciò con la passione e quindi il distacco con cui vediamo un film western.

L’(im)possibile convivenza di popoli in Medio-Oriente

In tal senso è bello dare notizia di una testimonianza e una proposta che c’è stata a Palermo alcuni giorni fa, con particolare riferimento ad una delle due guerre al confine dell’Europa, attraverso una iniziativa proposta dalla Facoltà Teologica di Sicilia, Comunione e Liberazione e il Centro Culturale Il Sentiero. In apparenza un semplice dibattito dal significativo titolo “MEDIO-ORIENTE. (IM)POSSIBILE CONVIVENZA DI POPOLI?”, ma in effetti molto di più perché l’obiettivo, in gran parte conseguito, era: come si può vivere di speranza nel pieno di una guerra? E quale deve essere il contenuto di questa speranza innanzitutto per chi la guerra la subisce?

Attorno ad un tavolo virtuale, perché gli interventi più decisivi sono stati effettuati necessariamente on line si sono ritrovati: il........

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