Attenti agli impatriati: l’Italia non guarda alla lezione di Lisbona
Un ingegnere italiano, dopo anni di lavoro tra Londra e Berlino, decide di tornare a casa, ma continua a lavorare per la sua azienda tedesca. Sorge subito una domanda: dove paga le tasse? E soprattutto: ha diritto alle agevolazioni fiscali pensate per chi rientra in patria?
Il mese scorso l’Agenzia delle Entrate ha risposto di sì, e la storia ha fatto il giro dei giornali. Non perché sia una vicenda straordinaria – ci sono migliaia di persone nella stessa situazione – ma perché ha chiarito quella che fino a quel momento era una zona grigia. Il regime impatriati prevede che chi ha avuto residenza fiscale fuori dall’Italia per almeno tre anni, si impegni a fermarsi nel Paese per altri quattro e guadagni meno di 600.000 euro annui, pagherà il 50% delle imposte sul reddito da lavoro per cinque anni. Anche se il datore di lavoro è straniero.
È un precedente importante, in un paese che da anni non riesce ad arginare l‘esodo di giovani verso l‘estero. Si stima che 156.000 giovani professionisti lascino l’Italia ogni anno in cerca di stipendi e prospettive migliori, mentre meno di un terzo rientrano. Significa perdere 100.000 lavoratori ogni anno.
Le politiche messe in campo per invertire il flusso – tra cui il regime al 50% – hanno finora prodotto risultati scarsi, se non nulli. E così sembra quasi che l’Italia, non potendo competere con l’offerta di lavoro e i salari di Parigi, Londra o Berlino, abbia deciso di puntare su altro: la fiscalità agevolata e la qualità della vita più alta, o per lo meno più accessibile, a chi guadagna uno stipendio calibrato su Paesi del Nord Europa. L’idea ha una sua logica: da un lato c’è un Paese che soffre di spopolamento e crisi demografica, dall’altro ci sono lavoratori qualificati che fanno sempre più fatica a vivere nelle grandi metropoli europee, soffocati da affitti insostenibili e costi della vita in continua crescita. Ma è una soluzione troppo semplice per funzionare.
Questa strada ha già mostrato altrove le sue crepe. Il caso più lampante è quello di Lisbona.
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