Separare le carriere: stop a miti corporativi
Dovrebbe spingere a qualche riflessione sul nostro asfittico dibattito referendario, la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, quella che venerdì della scorsa settimana letteralmente ha abraso l’aggressiva politica attuata dal Donald Trump nei confronti di paesi ‘amici’ e ‘nemici’, con abito piratesco e con lo scopo d’estorcere risorse dalle altrui economie, non attraverso libera concorrenza di mercato – valore al quale gli Usa hanno sempre dichiarato di credere – bensì mediante l’imposizione generalizzata di balzelli dal sapore imperialistico.
Beninteso, una certa politica daziaria, ogni stato la conduce da sempre e sempre continuerà a condurla. Ma è questione di misura, perché altro è usare i dazi quale leva discreta per tutelare debolezze interne o combattere economie corsare altrui, altro è servirsi di quel mezzo per violentare interi continenti ed impossessarsi – o pensare d’impossessarsi – di risorse prodotte nelle bilance di pagamenti di concorrenti economie nazionali, grazie alla strapotenza che la prevalenza militare ed economica garantiscono agli Usa.
Anche perché simili mene banditesche, difficilmente pagano in un’economia a caratura globale.
Ma torniamo alla Corte Suprema, che per certi versi c’interessa più da presso. La decisione di quella giurisdizione è stata presa a maggioranza, sei favorevoli e tre contrari. Tra i sei, c’erano anche tre giudici conservatori, due dei quali nominati a suo tempo da Trump, nel corso del suo primo mandato.
Inoltre, i giudici che hanno votato contro, hanno diritto d’esprimere la dissenting opinion, e quindi di chiarire le........
