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L’Europa della crescita alla prova dell’inflazione

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L’inflazione ha un difetto che la politica tende spesso a dimenticare: non aspetta. Non aspetta una legge di bilancio, un vertice europeo o il prossimo dato statistico. Entra subito nelle case, nei supermercati, nelle bollette. Nelle imprese arriva attraverso l’energia, i trasporti, le materie prime, il credito. E alla fine presenta sempre lo stesso conto: meno potere d’acquisto per le famiglie, meno margini per chi produce e investe.

A settembre in Italia è salita al 4,2 per cento. A Napoli, secondo le stime riportate dalla stampa, l’aggravio per una famiglia arriva a 897 euro l’anno. Dietro le percentuali ci sono persone che spendono di più per acquistare le stesse cose e aziende che devono decidere se assorbire gli aumenti oppure trasferirli sui prezzi.

La disciplina dei conti pubblici non è un’imposizione europea della quale liberarsi alla prima difficoltà. Per un Paese con il debito dell’Italia è una necessità. Ma serietà e rigidità non sono la stessa cosa. Se l’inflazione e l’aumento dell’energia fanno crescere automaticamente alcune voci di spesa, trattare quegli incrementi come una scelta discrezionale del governo significa ignorarne l’origine.

La richiesta italiana di maggiore flessibilità nasce da questo. Non è una........

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