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Quell’Iran senza voce. “La mia famiglia sotto le bombe e senza rete, il telefono muto una tortura. E le esecuzioni dei dissidenti continuano nel silenzio”

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09.04.2026

Una donna iraniana guarda il fumo nero che sale da una raffineri di petrolio colpitda dai missili a Teheran (Epa)

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Roma, 9 aprile 2026 – Il telefono resta sul tavolo muto, in attesa di un messaggio o di una chiamata. A gennaio, quel “silenzio mortale”, è arrivato a durare 21 giorni. Taraneh vive in Italia, la sua famiglia in Iran, dove oggi il cellulare non è solo un oggetto: è il simbolo di un silenzio imposto. Ad ogni protesta corrisponde una nuova repressione. E così, dopo quella che molti iraniani chiamano ‘Rivoluzione del Leone e del Sole’ –  il movimento che a gennaio ha portato in piazza migliaia di cittadini – ciò che accade all’interno del Paese viene progressivamente inghiottito dall’oblio. Fino a febbraio qualcuno era riuscito a collegarsi tramite Starlink, ma il regime ha rapidamente bloccato anche questa possibilità, isolando del tutto la popolazione. Durante quei giorni di repressione, “mia madre è riuscita a chiamarmi una volta: ha iniziato a parlare ed è caduta la linea. Controllano tutti” racconta Taraneh, cosciente che i suoi genitori si trovavano là dove oggi si contano oltre 30mila morti. “‘Questa volta io vado in strada’, aveva detto mia madre. Ero preoccupata”.

In seguito all’attacco israeliano-statunitense del 28 febbraio 2026, il regime iraniano ha oscurato definitivamente la rete globale. Da quel momento, la vita di chi è lontano è caduta in un’angoscia ancora più profonda. Taraneh parla del gruppo social con i famigliari, dove tutti i giorni scrive “spero siate vivi, spero stiate bene”. Oggi, però, nessuno può risponderle.........

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