Fast fashion italiano contro i giganti globali: come Terranova e Calliope competono con la concorrenza senza perdere la loro anima
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Se passate per corso Buenos Aires a Milano , o in qualsiasi altra via dello shopping d'Italia e del mondo, è molto probabile che abbiate incrociato una vetrina di Terranova, il marchio più iconico del Gruppo Teddy. Quello che forse non sapete è che l'uomo che guida quel gruppo, Alessandro Bracci, presidente e amministratore delegato, potrebbe essere lì accanto a voi in quel momento. In incognito. A osservare. A valutare. Non solo le sue vetrine, ma anche quelle dei concorrenti. “Lo faccio tutte le volte che posso e anche quando non posso”, racconta Bracci con la schiettezza che lo contraddistingue nella sua intervista al nostro vodcast Money Vibez Stories. “Le mie le guardo con un'attenzione, anche un'ansia particolare. Quelle degli altri con più serenità”.
È questa la cifra umana e manageriale di uno degli imprenditori più interessanti del panorama retail italiano: uno sguardo costante sulla realtà, mai filtrato dalla distanza che spesso separa i vertici aziendali dalla quotidianità dei negozi.
Un gruppo, quattro marchi, una missione
Il Gruppo Teddy non è sinonimo soltanto di Terranova. Sotto quel nome, che viene dal cognome Taddei della famiglia fondatrice, anche se l'origine esatta del brand rimane avvolta nel mistero, operano quattro insegne distinte, ciascuna con un posizionamento e un'identità propri.
Terranova è il marchio storico, il più diffuso, quello che il grande pubblico conosce meglio. Calliope porta il nome di una musa greca, la musa ispiratrice della letteratura, con la precisa intenzione di evocare bellezza e ispirazione. Rinascimento completa l'offerta con un taglio più femminile ed elegante. E poi c'è l'ultimo arrivato: QB 24, acronimo che Bracci spiega con sobrietà geometrica: “Quanto basta per le 24 ore di un uomo”. Quattro brand, un unico gruppo, circa 800 punti vendita distribuiti in una quarantina di Paesi nel mondo.
Il fondatore di tutto questo era Vittorio Taddei, figura che Bracci definisce senza esitazione “mitologica”. “A Rimini era rispettato e ancora oggi ricordato come un imprenditore geniale, illuminato”, dice l'ad. “La prova è che io, dopo diciott'anni, non sono ancora riuscito a distruggere l'azienda che lui ha genialmente creato”. Una battuta, ovviamente, ma che nasconde un tributo sincero. Taddei voleva fare il commercialista. Poi si rese conto che quella professione richiedeva troppa «relazione finta con le persone», come la chiama Bracci. E allora si buttò nel negozio di abbigliamento delle sorelle sarte a Riccione. Da lì, intuì la possibilità di costruire qualcosa di grande. E lo fece.
Il triangolo impossibile: qualità, prezzo, sostenibilità
Chiedi ad Alessandro Bracci qual è la sfida più difficile nel settore fast fashion e la risposta arriva chiara, precisa, quasi geometrica. “Fino a ieri c'era il rapporto qualità-prezzo. Oggi c'è il triangolo qualità-prezzo-sostenibilità”. Un triangolo in cui ogni vertice tende ad erodere gli altri due, e che le aziende di moda a prezzi accessibili devono ogni giorno cercare di tenere in equilibrio.
La sostenibilità, in questo schema, non è un costo aggiuntivo che si sopporta obtorto collo. È un investimento che “alla lunga torna nella relazione con il cliente”. Ma il punto vero è che il consumatore oggi non si accontenta più di comprare un prodotto a basso prezzo: vuole anche sapere come è stato prodotto, con quale impatto ambientale, in quali condizioni di lavoro. “Non tutti sono in grado di trovare sempre, o almeno con una certa costanza, la quadra di quel triangolo”, osserva Bracci. “E questa è la bellezza della sfida del nostro lavoro”. Perché ogni mese bisogna reinventare prodotti nuovi, servizi nuovi, mantenendo quell'equilibrio difficile da trovare e ancora più difficile da mantenere.
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