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La forza e il coraggio di mamma Patrizia: “Mio piccolo guerriero, insieme fino all’ultimo respiro”

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21.02.2026

Napoli – “Mio figlio è un piccolo guerriero”. Lo ripeteva al mondo per confortare se stessa: resisti, Patrizia. Oltre il vetro, la stanza del figlio: il suo bimbo intrappolato in uno di quei malifici da fiaba di Andersen, il battito paralizzato da un cuore di ghiaccio, la vita che scorreva nei tubi di una macchina per la circolazione extracorporea, la speranza aggrappata a un eroe misterioso, fosse un medico, un cuore nuovo, un miracolo della scienza. “Sta continuando a lottare e spero sempre si trovi una soluzione per salvarlo. Ha tanta voglia di vivere: l’aveva anche prima dell'intervento, ma ora ne ha ancora di più”. È doloroso anche solo provare a immaginarlo, il dolore di una madre. Nelle ultime ore, quando il quadro era ormai desolatamente chiaro, e il figlio destinato alla morte, Patrizia Mercolino era lì, dove sta l’amore oltre ogni ragionevole diagnosi clinica: “Sarò con mio figlio fino all’ultimo respiro. Staccare la spina? Per me è ancora vivo. Sapevo da giorni che sarebbe accaduto, lui è un esempio di tenacia”. Fino all’ultima carezza, una ninna nanna per Mimmuccio.

Sul lettino bianco del Monaldi c’è ancora l’orsetto in peluche bianco e marrone che ha accompagnato il bimbo dal suo ingresso in ospedale. Era la mattina del 23 dicembre scorso, l’antivigilia di Natale. Le fotografie di Domenico e della mamma scattate nel padiglione consegnano ai ricordi un bimbo sorridente dai capelli biondi: gli abbracci ai genitori e all’orsacchiotto, un principio d’inverno carico di speranza. Quella notte stessa, Domenico è rimasto vittima di una catena di errori incredibili. Il cuore espiantato a Bolzano viene infilato in una scatola di plastica per le bibite, non in un box tecnologico che monitora la temperatura in diretta; l’organo è stato tenuto stabile da una dose di ghiaccio secco (per altro rimboccata durante il trasporto) che l’ha reso inservibile al trapianto. Il cuore nuovo di Domenico è arrivato già rotto, al Monaldi. Completamente “bruciato” dal freddo. "Qualche giorno dopo il trapianto ci hanno chiamato e ci hanno detto che il cuoricino nuovo non partiva – raccontava la mamma – Quindi mio figlio doveva essere attaccato a un macchinario per l'ossigenazione extracorporea. Io cercavo di fargli fare una vita come tutti i bambini, perché per colpa della malattia non poteva correre. Doveva seguire determinate terapie ed effettuare controlli. Mi manca molto la sua voce, ma quando gli tengo la mano lui sente che io sono lì. La forza io la trovo grazie a Domenico e io devo combattere per lui”.

Dal 23 dicembre al 21 febbraio, il calvario di una madre. “Prendo l’autobus da Nola e ogni pomeriggio, alle 16, sto davanti alla Terapia intensiva del Monaldi. Mio marito viene quando non lavora, fa il muratore, io sono casalinga. Poi lui resta con gli altri nostri bambini Antony e Giovanna. Siamo una famiglia semplice. C’è una cosa che ho scritto in uno miei post e cui credo fermamente: essere mamma significa rinunciare alla propria vita, una mamma non è perfetta, ma è l’unica che darebbe anche la propria vita per un suo figlio. Il cardinale di Napoli, Mimmo Battaglia, mi ha incoraggiato. È una cosa che mi ha fatto bene al cuore, abbiamo pianto insieme”. Ora solo lacrime d’addio: "È finita, Domenico se ne è andato. Vogliamo creare una fondazione iin suo nome, per non dimenticarlo".


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