Il papà di Palantir. Un filosofo neo-socialista sorveglia il mondo
Alex Karp, Ceo di Palantir Technologies
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Roma, 12 aprile 2026 – C’è un uomo che corre su una strada di campagna nel New Hampshire, capelli brizzolati raccolti sul capo, circondato da guardie del corpo norvegesi in bicicletta e tallonato da un Suv blindato con i vetri oscurati. Quest’uomo è Alex Karp, Ceo di Palantir Technologies, il philosophe maudit della Silicon Valley, il miliardario che si definiva neo-socialista, l’allievo di Habermas diventato fornitore di software per la Cia, il Mossad e i sei rami delle forze armate americane. È da questa scena grottesca e rivelatrice che Michael Steinberger apre il suo “Il filosofo nella Valley - Alex Karp, Palantir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza“, il primo libro, uscito in questi giorni, della nuova casa editrice Foglio Edizioni, voluta dall’imprenditore-mecenate Valter Mainetti e diretta da Riccardo Cavallero.
Ebbene, fin dalla prima sequenza si capisce che siamo di fronte a qualcosa di ambizioso e inquietante. Steinberger, giornalista che ha frequentato Karp ai tempi dell’Haverford College senza mai conoscerlo davvero, ha avuto accesso privilegiato al protagonista per anni, accompagnandolo in incontri a New York, Washington, Parigi, Vermont. Il risultato è un libro che alterna il ritratto psicologico impietoso di un personaggio fuori dal comune alla storia di un’azienda che ha attraversato – e in parte plasmato – tutti i grandi traumi del XXI secolo: l’11 settembre, la guerra al terrorismo, Cambridge Analytica, la pandemia, l’invasione dell’Ucraina, il 7 ottobre, il ritorno di Trump.
Palantir, il nome ispirato alle Pietre Veggenti del Signore degli Anelli, nasce dopo l’attentato alle Torri Gemelle con un mandato esplicito: difendere l’Occidente attraverso l’analisi dei dati. Il suo software è in grado di setacciare quantità enormi di informazioni per individuare connessioni invisibili agli analisti umani. Trenta agenzie federali, tra cui Fbi e Irs, oltre a governi europei, giganti energetici come BP, eserciti di mezzo mondo: la portata di Palantir è, come scrive Steinberger, “tentacolare”. E così il libro diventa la storia di come i dati, l’intelligence, la guerra, la sicurezza e ora l’intelligenza artificiale stiano ridisegnando il rapporto fra individuo e Stato. Steinberger lo dice con chiarezza: Palantir è una “finestra aperta sul futuro panottico, che ormai è il presente”. Eppure, l’azienda resta, almeno per i suoi fondatori, una crociata più che un’impresa. Il suo quartier generale interno si chiama “salvare la Contea” – altro riferimento tolkieniano – e i dipendenti vengono chiamati “hobbit”.
Steinberger non cede né all’agiografia né alla demonizzazione. Racconta le derive – la collaborazione con l’Ice durante le deportazioni trumpiane, lo scandalo Cambridge Analytica – ma anche i momenti in cui Palantir ha fatto qualcosa di genuinamente utile: coordinare l’evacuazione caotica dall’Afghanistan nell’agosto 2021, gestire la distribuzione dei vaccini in Gran Bretagna, supportare l’Ucraina nel conflitto con la Russia.
Il cuore del libro è, però, Karp. Figlio di madre ebrea e padre afroamericano, cresciuto in una famiglia di sinistra, dislessico, dottorato in sociologia a Francoforte, Karp è un personaggio che sfida ogni categorizzazione. La sua ossessione fondamentale è il Fascismo: lo teme visceralmente, come una minaccia personale e non solo storica, e da questa paura ha costruito un’intera filosofia aziendale. Palantir dovrebbe rendere il mondo più sicuro per le minoranze, per i vulnerabili, per “uno come lui”. L’azienda è uno specchio del suo fondatore: ne riflette le paranoie, l’ascetismo nomade, il senso di estraneità, la diffidenza verso qualsiasi ortodossia, di sinistra come di destra.
Il paradosso che Steinberger mette a fuoco con precisione chirurgica, però, è che questo difensore della democrazia liberale ha costruito lo strumento tecnologico potenzialmente più utile per un regime autoritario. E il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel novembre 2024 – ventiquattro ore dopo che Palantir aveva registrato utili record e il titolo aveva rotto per la prima volta quota 50 dollari – rende quella contraddizione esplosiva. E il paradosso finale resta la cifra dell’inchiesta. Che cosa succede quando un’azienda che si racconta come baluardo dell’ordine liberale finisce al servizio di un potere che può piegare proprio quell’ordine? È qui che Il filosofo nella Valley lascia il segno. Perché si legge con il ritmo di un grande profilo americano, ma rimane addosso come un saggio politico sul nostro futuro prossimo. Ed è, in fondo, questo che i libri migliori sanno fare: raccontare un uomo e, attraverso lui, raccontare un’epoca.
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