La sfida di David Foster Wallace: l’abisso profetico di Infinte Jest. Trent’anni fa era già il nostro oggi
Roma, 30 gennaio 2026 – Attorno a Infinite Jest ruotano tante leggende. A iniziare dalla foto di copertina: si disse che David Foster Wallace aveva pensato a un’istantanea di Fritz Lang sul set di Metropolis (1926). In quel 1996 ricorrevano i settant’anni del film – ambientato nel 2026 – che guardava al futuro, ma con l’ossessione per il presente. Anticipava i tempi quasi fino a prevederli per come poi li stiamo vivendo ora. Che cosa dovremmo dire allora della sovrastruttura di Infinite Jest?
Nel romanzo che guarda sempre al futuro – e che per alcuni dettagli colti dal nostro Io lettore soprattutto nel tempo, ci fanno pensare al 2008 (guarda caso l’anno della morte di DFW) – gli Stati Uniti hanno già annesso Canada e Messico, il presidente Gentle è maniaco della purificazione e soprattutto è il simbolo della politica diventata spettacolo: uno show ventiquattro ore su ventiquattro. Fermiamoci qui ora, prima di sostenere che Wallace sia stato soltanto così bravo ad anticipare i tempi e a leggere in filigrana il nuovo imperialismo americano e l’ascesa di Donald Trump che all’epoca oltre alla sua attività imprenditoriale (siamo nel 1996) si era fatto notare per un cammeo in Mamma ho perso l’aereo. Sarebbe riduttivo........
