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Chi sono pasdaran, ayatollah e Guardiani della Rivoluzione: glossario per leggere la guerra

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02.03.2026

L'ayatollah Khomeini durante una conferenza stampa a Neauphle-le-Château, vicino a Parigi, il 15 gennaio 1979, poco dopo la partenza da Teheran dello Scià Reza Pahlav

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Roma, 2 marzo 2026 - Parlare oggi dell’Iran implica fare i conti con un immaginario sedimentato, in cui dominano le immagini della guerra, del fondamentalismo e della repressione. Complice una narrativa spesso semplificata, questo richiamo iconico non restituisce pienamente la complessità dei processi storici e politici che hanno attraversato il Paese. La storia iraniana, infatti, non può essere ridotta al regime attuale, ma va letta alla luce di una pluralità di fattori, interni ed esterni, che ne hanno plasmato l’evoluzione. Solo a partire da questa prospettiva è possibile comprendere, almeno in parte, gli eventi odierni e le dinamiche che contribuiscono a definire il futuro dell’Iran e della regione mediorientale. Termini come “pasdaran”, “scià”, “ayatollah” o “Guardiani della Rivoluzione” ricorrono frequentemente nel discorso pubblico, soprattutto alla luce degli sviluppi più recenti, ma il loro significato resta inscindibile da un contesto storico più ampio.

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All’inizio del Novecento, la Persia è uno Stato fragile, segnato da instabilità politica e ingerenze straniere. Il colpo di Stato del 1921 guidato da Reza Khan apre una nuova fase, destinata a trasformare profondamente il Paese. Un golpe sul quale si proietta l’influenza britannica dell’epoca, determinata a mantenere un controllo efficace su un territorio strategico. Del resto, l’impatto della Rivoluzione russa alimenta le preoccupazioni del governo inglese, che in Persia vanta interessi ormai consolidati. Perdere il controllo della Anglo-Persian Oil Company rappresenterebbe una battuta d’arresto tanto economica quanto geopolitica. Il sostegno a Reza Khan nel porre fine alla dinastia Qajar, già segnata da una marcata instabilità politica, appare quindi la soluzione ideale al consolidamento del potere. Dal 1921 in poi, la Persia si trasforma progressivamente nell’Iran contemporaneo: la monarchia tradizionale lascia spazio allo scià e, nel corso degli anni, la storia del Paese si intreccia sempre più con conflitti di interesse, interni ed esterni, capaci di modificarne profondamente l’assetto istituzionale, ma anche identità e tradizioni. Rimane tuttavia un elemento centrale: la laicizzazione dello Stato. L’Islam perde la sua centralità e la società viene spinta ad adattarsi a un processo di secolarizzazione rapido e, per molti, traumatico. Un percorso di modernizzazione che porta con sé anche effetti positivi in termini di autonomia e trasformazione sociale.

Negli anni Cinquanta, per esempio, il primo ministro Mohammad Mossadeq tenta di riprendere il controllo delle risorse nazionali attraverso la nazionalizzazione dell'industria petrolifera. L’iniziativa si scontra però con gli interessi di Stati Uniti e Regno Unito, che nel 1953 sostengono un colpo di Stato destinato a rovesciarlo. Questo episodio contribuisce a rafforzare, nella comunità iraniana, la percezione di un doppio standard occidentale: apertura alla modernizzazione e alla secolarizzazione, ma resistenza quando l’autodeterminazione incide sugli equilibri economici internazionali.

Si diffonde così l’idea di un Paese condizionato da forze esterne. Nel frattempo, il governo dello scià Mohammad Reza Pahlavi, figlio di Reza Khan, pur promuovendo una significativa espansione dei diritti sociali e una forte modernizzazione, mantiene tratti autoritari, reprimendo duramente il dissenso politico.

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Il termine “scià”, dal persiano shah, significa semplicemente “re” o “sovrano” e affonda le sue radici nella tradizione imperiale dell’antica Persia, ben precedente all’islamizzazione del Paese. A differenza di titoli come “califfo” o “sultano”, legati al mondo islamico sunnita, lo scià rappresenta una figura monarchica nazionale, espressione della specificità storica e culturale iraniana. La sua adozione anche in epoca moderna, con la dinastia Pahlavi, rispondeva infatti all’esigenza di richiamarsi a un’identità persiana autonoma, distinta sia dal mondo arabo sia dalle autorità religiose.

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La rivoluzione del 1979 è dunque il risultato di un diffuso sentimento di autodeterminazione, maturato anche in reazione alle ingerenze esterne nella politica del Paese. Il regime monarchico, guidato da Reza Pahlavi, aveva favorito ampiamente le élite urbane, prestando minore attenzione alle aree rurali e alle fasce più marginali della popolazione. Ne derivano profonde disuguaglianze socio-economiche, che contribuirono ad alimentare il malcontento e i sentimenti anti-scià, rafforzati dalla percezione di una sua eccessiva vicinanza agli interessi occidentali.

In questo contesto emerge la figura di Ruhollah Khomeini, religioso sciita e leader della rivoluzione, costretto per anni all’esilio ma capace di mantenere una forte influenza attraverso reti religiose diffuse sul territorio. La rivoluzione iraniana, tuttavia, non nasce come un movimento esclusivamente religioso: coinvolge componenti diverse della società, dai gruppi laici ai movimenti di sinistra. Le strutture religiose, meno esposte alla repressione rispetto ad altre forme di opposizione e capillarmente radicate, si rivelano però decisive nel mobilitare la popolazione. Khomeini riesce quindi a imporsi come figura di riferimento, fino a guidare la trasformazione politica che avrebbe portato alla nascita della Repubblica islamica.

Cosa vuol dire sciita?

Ruhollah Khomeini era un esponente dell’Islam sciita, ovvero una delle principali correnti dell’Islam. Gli sciiti riconoscono un ruolo centrale agli imam, guide religiose e spirituali legittime, discendenti del profeta Maometto. In Iran, dove lo sciismo è la confessione dominante, questa tradizione attribuisce al clero un’autorità significativa anche nella sfera politica. È proprio su questa base che Khomeini elabora l’idea che un’autorità religiosa possa guidare lo Stato, principio che sarà poi alla base della Repubblica islamica.

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Con la presa del potere da parte di Ruhollah Khomeini, l’Iran si trasforma in una Repubblica islamica fondata su un sistema istituzionale ibrido, in cui elementi repubblicani convivono con un forte controllo religioso. Al vertice si colloca la Guida Suprema, spesso associata alla figura dell’ayatollah, che detiene il potere ultimo sulle principali decisioni politiche e militari.

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Cosa significa ayatollah?

Il termine “ayatollah”, che significa “segno di Dio”, indica i più alti esponenti del clero sciita. La Guida Suprema, invece, è la carica politico-istituzionale al vertice dello Stato iraniano. I due termini non sono dunque intercambiabili: esistono molti ayatollah, ma uno solo ricopre il ruolo di Guida Suprema. Quest’ultima viene generalmente scelta tra gli ayatollah, proprio perché deve possedere un’elevata autorità religiosa. Questa sovrapposizione tra legittimità spirituale e potere politico a fa sì che, soprattutto nel linguaggio mediatico, i due termini vengano spesso utilizzati come sinonimi, pur non essendolo tecnicamente.

Accanto alle istituzioni elettive, come il presidente e il parlamento, operano organi non eletti incaricati di vigilare sulla conformità delle leggi ai principi islamici. è il Consiglio dei Guardiani a esercitare un controllo decisivo sul sistema politico: oltre a verificare le leggi, seleziona i candidati alle elezioni, limitando di fatto la competizione politica. Khomeini istituisce anche il corpo dei Pasdaran, o Guardiani della Rivoluzione, una forza militare separata dall’esercito tradizionale.

I Pasdaran, o Guardiani della Rivoluzione, sono molto più di un corpo militare: rappresentano uno dei principali strumenti di controllo del potere in Iran. Creati nel 1979 da Ruhollah Khomeini, rispondono direttamente alla Guida Suprema e operano su più livelli. Sul piano interno, intervengono nella repressione delle proteste e nel controllo dell’ordine pubblico, spesso attraverso la milizia dei Basij. Sul piano esterno, sostengono gruppi alleati nella regione, come in Siria o in Libano. Inoltre, gestiscono un vasto impero economico, con interessi in settori come edilizia, energia e telecomunicazioni. I Pasdaran presentano una duplice natura: da un lato una componente ideologica, legata alla difesa dei principi rivoluzionari, dall’altro una più pragmatica, orientata al mantenimento del potere e delle risorse. È proprio questa combinazione a renderli uno degli attori più influenti e difficili da definire del sistema iraniano.

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L’Iran monarchico diventa solo un lontano ricordo e dalla rivoluzione emerge un assetto “duale”, in cui il potere politico è costantemente intrecciato con l’autorità religiosa e in cui anche gli spazi di rappresentanza elettiva risultano fortemente condizionati. La libertà politica resta dunque limitata, in continuità con il passato, mentre si assiste a un progressivo ridimensionamento di alcuni diritti sociali. In particolare, la condizione delle donne subisce un’inversione significativa: dopo le aperture dell’epoca Pahlavi, la nuova Repubblica islamica introduce restrizioni legate alla legge religiosa, tra cui l’obbligo del velo e limitazioni nella vita pubblica e privata.

Oggi l’Iran mantiene ancora l’assetto istituzionale delineatosi con la rivoluzione del 1979, sebbene non siano mancati alcuni tentativi di riforma politica. Negli anni Novanta, ad esempio, la presidenza di Mohammad Khatami ha cercato di introdurre maggiore apertura e tolleranza politica, promuovendo una società più libera e un rafforzamento dello stato di diritto. Riforme che tuttavia si sono scontrate con l’opposizione delle componenti più conservatrici del sistema. 

Non a caso si parla di “asse della resistenza”: una definizione che richiama l’idea di un fronte comune costruito proprio in opposizione all’ingerenza occidentale nella regione. Questa rete informale di alleanze, che include governi amici e milizie tra cui Hezbollah in Libano e i ribelli Houthi in Yemen, consente a Teheran di mantenere e proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali.

Gli Houthi sono un gruppo yemenita, etnicamente arabo, il cui credo si colloca nello sciismo zaydita, una corrente distinta da quella maggioritaria in Iran, il duodecimanismo jafarita. A differenza di quest’ultima, più gerarchica e strutturata attorno a un clero organizzato, lo zaydismo presenta una visione meno centralizzata dell’autorità religiosa, pur mantenendo l’idea di una guida politico-religiosa. Il movimento prende il nome dal suo fondatore, Husayn al-Houthi, appartenente a una famiglia hashemita, che rivendica una discendenza diretta dal profeta Maometto.

Dopo la rivoluzione repubblicana del 1962, le comunità zaydita sono state progressivamente marginalizzate dalla vita politica yemenita, anche perché portatrici di una concezione del potere che unisce dimensione religiosa e temporale, percepita come alternativa all’assetto repubblicano. Negli ultimi anni, gli Houthi hanno acquisito visibilità internazionale per gli attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso, spesso rivendicati come azioni contro interessi legati a Israele e ai suoi alleati occidentali, in particolare gli Stati Uniti. Pur non essendo un semplice strumento iraniano, il movimento condivide con Teheran una forte opposizione all’influenza occidentale, statunitense e israeliana, elemento che ne ha favorito l’avvicinamento politico e strategico.

Hezbollah è un movimento politico e militare sciita attivo in Libano, nato negli anni Ottanta nel contesto della guerra civile e dell’occupazione israeliana del Paese. Fin dalla sua origine, ha sviluppato uno stretto legame con l’Iran, che ne ha sostenuto la formazione, l’addestramento e il finanziamento. A differenza degli Houthi, Hezbollah si inserisce pienamente nella tradizione sciita duodecimana, la stessa dominante in Iran, e riconosce l’autorità religiosa della Guida Suprema iraniana. Nel tempo, il gruppo ha consolidato un duplice ruolo: da un lato forza armata impegnata nel confronto con Israele, dall’altro attore politico radicato nelle istituzioni libanesi. La sua azione si inserisce in una più ampia opposizione all’influenza statunitense e israeliana nella regione, rendendolo uno degli alleati più solidi e strutturati dell’Iran nell' “asse della resistenza”.

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