L’ultimo giorno della monarchia fra sangue e rischi di golpe, le carte segrete Usa: “Il re teme un complotto per rovesciare il governo repubblicano con la forza”
Winston Churchill con re Umberto II (ANSA /JI)
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Milano – È l’altro giugno del ’46, quello di dieci milioni di voti che dicono no alla Repubblica. Quello di un re pallido che si affaccia col sorriso amaro dal portello inclinato di un quadrimotore sulla pista di Ciampino. Ore 16.09, giovedì 13: in Portogallo senza ritorno. È il giugno dell’addio della monarchia, dei colpi di mano, veri, ideati o solo temuti, di un’Italia sconfitta che riscopre la democrazia, fragile, già insidiata da ingerenze straniere, minacce di guerra, vecchi odi e divisioni. Il ritratto del Paese lo traccia la diplomazia americana. Così poco avvezzo a sottigliezze dinastiche, il Dipartimento di Stato bisticcia nei telegrammi coi titoli, chiamando “Infante”, alla spagnola, Umberto, ancora erede al trono, ma sa fornire oggi anche retroscena poco noti.
L’8 giugno ’46, ottant’anni fa, a Napoli, roccaforte monarchica, gli scontri con la polizia costano la vita a Gaetano d’Alessandro, sedici anni. Proclamati i risultati, l’11, in via Medina, l’assalto alla sede Pci finisce con nove morti fra i fedeli del re. Qui cade forse l’ultimo diaframma di dubbio e per Umberto è l’addio. Una scelta che i dossier........
