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Il vice presidente dei vescovi italiani: “Dal referendum boccata d’ossigeno per la democrazia”

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25.03.2026

Monsignor Francesco Savino, 71 anni, vescovo di Cassano allo Ionio, è vice presidente della Conferenza episcopale italiana

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Roma, 25 marzo 2026 – Saluta con favore il record di affluenza alle urne, sottolinea come fosse in gioco “una forma della nostra vita democratica” e, anche se non vuole essere tirato per la giacchetta – meglio dire per il clergyman –, il vescovo di Cassano allo Jonio, Francesco Savino, 71 anni, non rinuncia a vedere nell’esito della tornata referendaria “una boccata d’ossigeno per la democrazia”. Nelle scorse settimane il nome del vice presidente della Conferenza episcopale italiana, che nel 2025 ha officiato messa al primo Giubileo dei credenti omosessuali, era stato bersaglio di critiche, mosse da destra, per una sua partecipazione, poi ritirata, ad un dibattito organizzato da Magistratura democratica, l’associazione progressista delle toghe.

Quasi il 60% di affluenza, come interpreta questo dato dopo la debacle delle ultime sessioni di voto?

“Lo leggo come un segno di serietà civile: quando si toccano gli equilibri della Costituzione, il Paese avverte che non è in gioco un dettaglio tecnico, ma una forma della nostra vita democratica. Per questo molti cittadini hanno sentito il dovere di pronunciarsi”.

Insomma, una boccata d’ossigeno per la democrazia?

“Sì, nella misura in cui ogni partecipazione consapevole ridà respiro alla democrazia. Non perché un esito valga più di un altro in sé, ma perché il voto, quando è libero e responsabile, restituisce dignità allo spazio pubblico”.

Gli italiani, che hanno bocciato a maggioranza la riforma costituzionale, hanno a cuore la Carta?

“Credo di sì. Questo voto mi pare dica che la Costituzione continua a essere percepita come un bene comune da custodire con rispetto e non come materia da trattare con leggerezza”.

“Le riforme sono legittime, ma, proprio perché legittime, chiedono misura, chiarezza e larga condivisione”.

Le ha fatto male essere stato accusato, insieme con il presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, di sostenere le ragioni del No, tanto da dover rinunciare a un incontro promosso da Magistratura democratica?

“Più che farmi male, mi ha confermato quanto oggi sia fragile il clima del confronto pubblico. Ho ritenuto giusto fare un passo indietro per non aggiungere ulteriore brusio al confronto pubblico”.

Un vescovo non può schierarsi politicamente, essendo un cittadino come gli altri?

“Non è chiamato a suggerire un’opzione di voto, questo sì, ma a richiamare criteri di responsabilità, sobrietà istituzionale e tutela del bene comune”.

Quella che l’ha investita è stata una polemica da ‘due pesi e due misure’ rispetto ai tempi della presidenza Ruini, in linea anche più direttamente con le forze di centrodestra?

“Non userei categorie polemiche, né mi affiderei a confronti retrospettivi tra stagioni diverse. Ogni tempo ha le sue prove. Oggi, per quanto mi riguarda, conta custodire un linguaggio ecclesiale libero da appartenenze di schieramento e capace di servire tutti, senza confondere il discernimento morale con la contesa politica”.

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