Come sono andate le elezioni comunali in Francia e cosa ci rivelano in vista delle presidenziali
I neo sindaci Emmanuel Grégoire, Édouard Philippe ed Eric Ciotti (Ansa)
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Parigi, 23 marzo 2026 – Una lunga pedalata tra le vie di Parigi prima di arrivare all’Hotel de Ville: è l’immagine della serata, quella che incorona Emmanuel Grégoire – già vice di Anne Hidalgo tra il 2018 e il 2024 – eletto sindaco con oltre il 50% dei voti dei parigini. Per l’avversaria Rachida Dati, ferma al 41,5%, la sconfitta è pesante: non solo l’ex ministra della cultura aveva incassato il sostegno della lista centrista, ma anche Sarah Knafo, candidata dell’estrema destra, si era ritirata per permetterle di sconfiggere Grégoire. “Non sono riuscita a convincere abbastanza che il cambiamento non era solo possibile, ma necessario” ha dichiarato amareggiata Dati poco dopo i risultati, criticando gli “attacchi indegni e falsi” subiti durante la campagna.
Fuoco incrociato a sinistra: chi è la zavorra di chi?
Il candidato dell’unione di socialisti, ecologisti e comunisti lancia un messaggio chiaro: “Parigi non è e non sarà mai una città d’estrema destra”, ha esclamato davanti ai sostenitori in serata, poco prima di ricevere le chiavi della città dalla sindaca uscente. Oltre a Parigi, la sinistra vince o conserva 22 delle 42 città francesi oltre i 100.000 abitanti, tra cui Marsiglia, Lione, Lille e Strasburgo. Allo stesso tempo però, perde a Tolosa, Limoges, Brest e altre storiche roccaforti, spesso nelle città dove socialisti e ribelli della France insoumise, sempre più incompatibili, avevano stretto un accordo di circostanza. Patto aspramente criticato dagli avversari e punito dagli elettori. Il movimento ecologista, sorpresa delle elezioni nel 2020, perde quasi tutte le sue grandi città dopo un solo mandato: Strasburgo, Bordeaux, Poitiers e Besançon. Per le formazioni di sinistra, trarre il bilancio è particolarmente difficile e scomodo: se da un lato la linea chiara di Emmanuel Grégoire a Parigi e Benoît Payan a Marsiglia ha pagato, dall’altro senza unità nessun candidato può sperare di arrivare al secondo turno nel 2027. Il leader della France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha twittato in serata: “Il partito socialista ci ha trascinato nella sua caduta”; mentre il segretario socialista Olivier Faure considera Mélenchon “la zavorra della sinistra”, pur riconoscendo che “le sinistre inconciliabili portano inevitabilmente a un vicolo cieco”.
Il dilemma della destra: con Rassemblement national o con Macron?
Nonostante la mano tesa di Jordan Bardella e gli appelli a un’unione delle destre, desideroso di vedere “cadere tutti i muri”, il centrodestra ha evitato di allearsi con il Rassemblement national nella maggior parte della Francia. Una strategia vincente considerando il bottino di 1345 comuni, ma che non nasconde la debolezza e i limiti dei Républicains.
Oltre al flop di Rachida Dati, la destra scompare da Marsiglia, dove la candidata Martine Vassal supera di poco il 5%, ottenendo appena quattro seggi su 111 e non riesce a vincere a Lione, persa per poco più di 2.000 voti. Il candidato Jean-Michel Aulas ha fatto ricorso, contestando presunti “brogli” e irregolarità in alcune schede.
Il capogruppo dei deputati di destra, Laurent Wauquiez, ha immediatamente sottolineato la necessità di federare le destre in vista del 2027: “quando la destra è unita, può vincere. Al contrario, quando parte divisa perde. Questa è la lezione da ritenere”. Un appello condiviso anche dall’attuale ministro della giustizia Gérald Darmanin, fedele alleato del presidente Emmanuel Macron: “ci vuole un solo candidato della destra e del centro”, ha aggiunto nella serata di domenica.
L’ex premier François Bayrou rovesciato dopo 12 anni
Per gli esponenti del partito del presidente, da sempre deboli a livello locale, il secondo turno ha permesso di evitare il peggio. Oltre alla conferma di Édouard Philippe a Le Havre, ormai pronto alla campagna presidenziale, gli ex ministri Thomas Cazenave e Antoine Armand si sono imposti a Bordeaux e Annecy. Il centro ha però subito pesanti sconfitte a Nizza, dove il sindaco uscente Christian Estrosi ha scelto di ritirarsi dalla vita politica dopo tre mandati (la vittoria è andata al politico di estrema destra Eric Ciotti) soprattutto a Pau: la roccaforte dell’ex premier François Bayrou – storico alleato di Emmanuel Macron – è scivolata a sinistra per soli 344 voti dopo 12 anni di governo. Il Rassemblement national invece, primo partito di Francia agli ultimi appuntamenti elettorali, fallisce a Tolone e a Nîmes, ma consolida la sua posizione in una cinquantini di città medie, soprattutto nel nord del Paese e lungo la costa mediterranea. Mai come quest’anno le elezioni amministrative sono state condizionate e inquinate dallo spettro delle elezioni presidenziali. L’astensione, a parte nelle grandi città, ha segnato un nuovo record, attestandosi intorno al 38%: due punti in più rispetto al 2014. Per evitare di ricadere in una campagna così violenta e lontana dalle necessità dei cittadini, il prossimo mandato durerà eccezionalmente sette anni anziché sei, per evitare l’accavallamento con le elezioni presidenziali del 2032.
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