Rimpasto di governo. Fuori i “sacrificabili“
Elly Schlein, 40 anni, segretaria Pd, ha votato a Roma, ieri mattina
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Roma, 23 marzo 2026 – Se vince il No, data l’inattesa misura della partecipazione, la sconfitta per la maggioranza sarà ancor più consistente del successo dell’opposizione di centrosinistra. Anche se non ci saranno particolari conseguenze né sul fronte del centrodestra né su quello di centrosinistra. Salvo, da un lato, il necessario sacrificio di qualche capro espiatorio e il rischio d’insorgere di qualche incrinatura e indebita paranoia. Dall’altro, il rinvigorito impegno in vista delle politiche, che rimangono tutt’altra storia rispetto al voto binario di un referendum, e il rinfervorarsi a maggior ragione delle tensioni interne e i veti reciproci sulla premiership.
Sarebbe comunque la prima, vera impasse nelle urne del centrodestra e del governo guidati da Giorgia Meloni. Di certo la premier non si smuoverà di un millimetro dal proprio incarico e dall’intenzione di portare a compimento la legislatura fino al 2027. Più incerto, se non precluso, il futuro della altre riforme in agenda del governo. Anche se non è affatto detto che la Lega non rilancino le ragioni esistenziali dell’Autonomia differenziata. E men che meno che Meloni e Fratelli d’Italia non continuino a credere nel premierato “madre di tutte le riforme”. Per quanto gli inevitabili scricchiolii conseguenti al referendum rischiano di essere acuiti soprattutto delle complicazioni legate al contesto economico generato dalla guerra in Medioriente, che potrebbe andare a scapito dell’attesa finanziaria “espansiva” programmata per il 2027.
Plausibile che in caso di vittoria del No il centrodestra si veda nella necessità di sacrificare qualche capro espiatorio. L’eco mediatica sul caso del sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro lo rende forse il primo sacrificabile. Ma anche il ministro di Giustizia Carlo Nordio e la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi potrebbero pagare certi acuti della campagna referendaria. Dopodiché la maggioranza dovrà mettersi a lavorare ventre a terra sulla riforma della legge elettorale – proporzionale con vincolo di coalizione e premio di maggioranza – che non dispiace al Pd. E ancor più sulla manovra finanziaria “espansiva”, considerata la carta vincente da mettere sul tavolo in vista delle politiche 2027. Difficile, invece, che Meloni si lasci persuadere ad anticipare le elezioni in autunno, per quanto potrebbe essere una mossa conveniente. Né la Lega in declino né FI battuta sulla riforma sarebbero inclini al voto, preferendo guardare alle prebende elettorali della Finanziaria.
Neanche il centrosinistra avrebbe particolare interesse nel voto anticipato, dal momento che deve ancora risalire la china del consenso politico. Galvanizzati dal successo referendario – le cui affluenza non autorizza comunque a pensare alla vittoria di un polo ma piuttosto a una fluidificazione tra gli schieramenti –, i leader del campo largo dovranno concentrarsi sulla costruzione della coalizione e del programma prima e la premiership poi. La dem Elly Schlein uscirebbe rafforzata. Ma anche Giuseppe Conte risulterebbe a sua volta vincente e motivato a porre il veto sulla segretaria del Pd. E se, apparentemente, il successo di partecipazione potrebbe avvalorare l’ipotesi delle primarie, in realtà tutti gli altri dentro e fuori il Pd sono scettici se non contrari. Ragion per cui diventa plausibile che si profili una premiship “straniera”, nella persona probabilmente della sindaca di Genova Silvia Salis, considerata in un modo o nell’altro la figura più capace di unire e competere.
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