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Il mito anti-mafia, l’arresto nel 1992 e il calvario giudiziario senza vincitori

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13.03.2026

Bruno Contrada, fuori dalla sua abitazione di Palermo, 11 ottobre 2012 (Ansa)

Articolo: L’intervista a Bruno Contrada dopo la revoca della condanna: “Mai tradito lo Stato. Ora ridatemi la divisa, voglio morire come poliziotto”

Articolo: Bruno Contrada è morto, super poliziotto nella guerra alla mafia e protagonista di una vicenda giudiziaria che divise l’Italia

Roma, 13 marzo 2026 – La scomparsa di Bruno Contrada non è solo la fine di un uomo, ma la chiusura di un capitolo tra i più oscuri, dibattuti e laceranti della storia repubblicana. Definire Contrada un "personaggio particolare" è quasi un eufemismo: è stato il simbolo plastico di un’Italia che per trent’anni si è guardata allo specchio senza riuscire a decifrare i propri lineamenti, divisa tra la celebrazione dell’efficienza investigativa e il sospetto del collasso morale.

Il mito del "Superpoliziotto" e il crollo

La sua vicenda non è una biografia, è un’anatomia del potere. Capo della Mobile di Palermo, braccio destro di Boris Giuliano, numero tre del Sisde: Contrada era l’incarnazione dello Stato che combatteva la mafia sul campo. Poi, il 24 dicembre 1992, il terremoto. L’arresto basato sulle dichiarazioni di pentiti del calibro di Mutolo e Buscetta trasforma il "superpoliziotto" nell’imputato eccellente del reato più scivoloso del nostro codice: il concorso esterno in associazione mafiosa. Qui nasce la spaccatura che ancora oggi, nel giorno della sua morte, non si è ricomposta. Da un lato, l’accusa di essere stato il "volto amico" dei corleonesi nelle istituzioni, l'uomo dei soffiate e dei favori; dall'altro, la difesa di un servitore dello Stato vittima di un teorema giudiziario alimentato da criminali in cerca di sconti di pena.

Un calvario giudiziario senza vincitori

Il percorso processuale di Contrada è stato un labirinto kafkiano durato un quarto di secolo. La condanna: dieci anni in primo grado, poi l'assoluzione in appello, infine la conferma definitiva della Cassazione nel 2007. La detenzione: un carcere sofferto, vissuto con la postura di chi si sente un capro espiatorio, un corpo estraneo espulso dal sistema che lui stesso aveva contribuito a reggere. Il ribaltamento europeo: la svolta arriva da Strasburgo. La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo stabilisce che Contrada non doveva essere condannato perché, all'epoca dei fatti (prima del 1994), il reato di concorso esterno non era sufficientemente chiaro e definito. Nel 2017, la Cassazione revoca la condanna, dichiarandola "ineseguibile e improduttiva di effetti penali". Ma è una vittoria di Pirro. Tecnicamente non è un'assoluzione nel merito, ma una questione di diritto che lascia intatte le ombre del passato, rendendo il caso Contrada un paradosso giuridico: un colpevole per la storia dei tribunali italiani che però non doveva essere processato secondo i canoni europei.

L'eredità di un'ombra

L’Italia resta spaccata. C'è chi vede in lui l’uomo dei "misteri di Palermo", l’emissario dei servizi deviati che ha abitato le zone grigie dove lo Stato e l’Antistato si stringono la mano. E c’è chi vede un martire del giustizialismo, un poliziotto d’altri tempi stritolato da una magistratura che cercava risposte politiche a domande storiche. Con la sua morte, scompare il testimone (e per molti il custode) di segreti che hanno segnato la Prima e la Seconda Repubblica. Resta il peso di una vicenda che ha dimostrato quanto sia sottile, in Italia, il confine tra l'eroismo della prima linea e l'abisso del sospetto. Più che un uomo, Contrada se ne va come un monito: la giustizia può arrivare a una sentenza, ma la verità storica, in certi casi, resta una ferita aperta che non smette di spurgare.

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