Vita di un ‘collezionista di errori’: le canzoni, gli amori tormentati, la politica
Articolo: Gino Paoli e la pallottola nel cuore: “Ma non mi sono certo tirato indietro con donne, whisky e sigarette”
Articolo: Morto Gino Paoli, addio al maestro della canzone d’autore italiana. Aveva 91 anni
Genova, 24 marzo 2026 - Diceva che avrebbe voluto immergersi ancora una volta nel blu della Baia di San Fruttuoso, scendere fino alla statua del Cristo degli Abissi, stringergli la mano, e tornarsene in superficie felice di aver conservato ancora un po’ l’incoscienza del ragazzo di un tempo, ma erano anni ormai che età ed acciacchi avevano tolto a Gino Paoli il gusto di quell’impresa. Ora il mare se l’è preso per sempre, rimangono i suoi pensieri, le sue canzoni e quell’abitudine a considerare la vita una collezione di errori piuttosto che una narrazione di successi.
Morto Gino Paoli, addio al maestro della canzone d’autore italiana. Aveva 91 anni
Novantuno anni “di sbagli” lo rendevano, infatti, ai suoi occhi un sopravvissuto di talento. “Quando ad un convegno di geriatria ho detto che, fumando due pacchetti di sigarette e bevendo una bottiglia di whisky al giorno, arrivare a questa età è stata solo una gran botta di culo, è scattato l’applauso”m ricordava. E l’eco di quell’acclamazione ingoia un po’ il rimpianto di queste ore in cui il blu tocca il blu, confondendo acqua e cielo come le acque del Golfo viste dalla terrazza della sua casa di Nervi, appollaia tra i tetti, le lune e le gatte di canzoni che hanno popolano l’immaginario di tre generazioni.
Gino Paoli e la pallottola nel cuore: “Ma non mi sono certo tirato indietro con donne, whisky e sigarette”
Indagatore sublime del sentimento e dei piccoli grandi cortocircuiti della nostra quotidianità, il “matto e vigliacco” è uno di quegli artisti che non hanno semplicemente attraversato la canzone italiana, l’hanno riscritta.
Protagonista della Scuola genovese con Tenco, De André, Bindi e Lauzi
Nato a Monfalcone il 23 settembre 1934, cresciuto a Genova, Paoli è stato insieme a Luigi Tenco, Fabrizio De André, Umberto Bindi e Bruno Lauzi tra i protagonisti di quella “scuola genovese” che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, ha fatto sua la lezione della “chanson” francese per trarne un lessico nuovo: più intimo, più letterario, più autentico.
“Per me il palcoscenico è una droga più forte dell’odio che ho per i viaggi” diceva, parlando delle sue peregrinazioni da un palcoscenico all’altro della Penisola. “Lì sopra tutto è finzione, ma quando fingi sei più vero che mai”.
La pallottola calibro 5 che portava calcificata nel pericardio
Canzoni a parte, di lui resterà solo la pallottola calibro 5 che porta calcificata nel pericardio, emblema dal ’63 di una vita senza compromessi. “Di suicidio non bisognerebbe mai parlare” diceva “perché è un fatto assolutamente privato che non può essere capito da nessuno oltre chi l’ha messo in pratica… o, almeno, ci ha provato”.
Le canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana
Da ‘La gatta’, anno domini 1960, ad ‘Una lunga storia d’amore’, da ‘Il cielo in una stanza’ a ‘Che cosa c’è’, da ‘Sapore di sale’ a ‘Sassi’, ‘Come si fa’, ‘Ti lascio una canzone’, ‘Quattro amici’ e su fino alle ultime cose. ‘Senza fine’ è probabilmente la canzone più famosa scritta per Ornella Vanoni, che ricordando il primo incontro con lui nei corridoi della Ricordi a Milano, non mancava mai di sottolineare la folgorazione nel sentirlo “suonare malissimo canzoni bellissime”.
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Fu lei che, vinta una causa da 300 milioni di lire con Mediaset, mise tutto sul tavolo del manager di Gino dicendo: voglio andarmene in tour con lui. ‘Insieme’, lo spettacolo a due messo in strada nell’85, rimane uno dei più grandi successi della musica live italiana. “Non mi ha mai ringraziata, ma fa niente… l’uomo è fatto così” diceva. In coppia hanno inciso tre album di successo, due dal vivo, lo stesso ‘Insieme’ del 1985 e ‘Vanoni Paoli Live’ del 2005, e uno in studio, ‘Ti ricordi? No, non mi ricordo’ del 2004.
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Gli amori: Anna Fabbri, Ornella Vanoni, Stefania Sandrelli, Paola Penzo
Per Paoli quella con la Vanoni è rimasta la storia più da rotocalco di una collezione d’amori in cui spiccano prima moglie, Anna Fabbri, da cui ha avuto il figlio Giovanni (scomparso nel 2025 a 60 anni), Stefania Sandrelli, che gli ha dato Amanda, e Paola Penzo, con cui ha avuto Nicolò (1980), Tommaso (1992) e Francesco (2000). “Ci conoscemmo in una discoteca di Sassuolo, un lampo, uno sguardo, ed eravamo già in pista a ballare un lento, guancia a guancia” ricordava a proposito della sua ultima conquista. “Le ho chiesi quanti anni avesse e lei, serafica, mi sussurrò all’orecchio ‘quindici’. Pensai immediatamente alla galera, interruppi l’idillio e la riaccompagnai al tavolo dicendo: ‘torna quando ne avrai sedici’. Un anno dopo, nello stesso locale, me la ritrovai davanti con lo sguardo deciso: ‘adesso ho sedici anni’. Fu in quel preciso istante che la mia fama di sciupafemmine andò a farsi benedire”.
Tanti gli album-tributo incisi da Paoli in carriera, da ‘I semafori rossi non sono Dio’, dedicato alle musiche del catalano Jean Manuel Serrat, a ‘Ciao salutime un po’ Zena’, omaggio alla canzone ligure, da ‘Ha tutte le carte in regola’, in ricordo di Piero Ciampi, ad ‘Appropriazione indebita’, con riletture di John Lennon, Pino Daniele, Cat Stevens, Antonio Carlos Jobim, Charles Aznavour, Stevie Wonder, James Taylor e altri ancora.
La passione per il jazz gli era arrivata in casa con gli alleati durante la liberazione, mentre a rivelargli il suo segreto della musica afroamericana ci aveva pensato quel Lester Young incontrato, a soli sedici anni, nella hall di un albergo di Genova dopo un concerto. “Playing jazz is like piss”. Quella per l’idioma musicale di Parker e Coltrane è una passione sviluppata da Paoli in età matura collaborando con Rosario Bonaccorsi, Roberto Gatto, Danilo Rea, Enrico Rava, Flavio Boltro e Gianluca Petrella e diversi altri musicisti di alto livello.
“Mi prendono per i fondelli dicendo che somiglio ad un pittore cieco”
“Ho solo una corda vocale attiva perché l’altra è paralizzata, probabilmente dalla nascita” ammetteva divertito. “L’ho scoperto per caso, negli anni Novanta, la volta in cui ho perso completamente la voce e mi sono fatto guardare in gola dall’otorino. Il dramma è che quando lo racconto nessuno ci crede. E mi prendono per i fondelli dicendo che somiglio ad un pittore cieco”.
La deludente parentesi politica, nelle fila del Pci, tra il 1987 e il 1992, l’esperienza di assessore alla cultura del Comune di Arenzano, quella di presidente della Siae tra il 2013 e il 2015, le esperienze extra artistiche. Cinque i Festival di Sanremo, nel ’61 con ‘Uomo vivo’, decimo, nel ’64 con ‘Ieri ho incontrato mia madre’, secondo, nell’89 con ‘Questa volta no’ (cofirmata da Paola Penzo), tredicesimo, nel 2002 con ‘Un altro amore’, terzo. Uomo “che vende domande” per dirla con parole sue, Paoli non ha mai trovato risposta alla più grossa. “Con Dio parlo tutti i giorni e ogni tanto m’incazzo perché fa morire qualcuno che m’è simpatico mentre lascia a piede libero dei supremi imbecilli” diceva. “Mi sono reso conto, però, che lassù è solo. E, secondo voi, uno solo, anziano, egoista, come lui, chiama a sé disgraziati o persone interessanti? Ovviamente, interessanti. Constatazione che si porta dietro una domanda tanto semplice quanto indignata: e se le cose stanno per davvero così, io che cazzo ci faccio ancora qui?”.
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