Venom o Spider-Man? Eddie Brock racconta il lato oscuro (e quello eroico) di Sanremo 2026
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Su Instagram ha scritto “30 e lode!” per scherzare sul suo ultimo posto a Sanremo. E quel numero “fortunato” per Eddie Brock, all’anagrafe Edoardo Iaschi, è diventato addirittura un tatuaggio sulla mano, che mostra orgogliosamente alla telecamera di Soundcheck, il format musicale disponibile sul sito web e sui social del nostro giornale, nell’attesa di debuttare questa sera sul palco della Santeria Toscana di Milano con quell’Amarsi Tour 2026 sulla strada fino al 22 agosto.
Insomma, l'ha presa bene
“Sì, assolutamente la prendo sempre bene io, anche perché comunque già essere nei trenta era un onore. Essere il trentesimo, poi, ancora meglio”.
Dagli Stadio ad Enzo Iannacci, da Tananai a Patty Pravo o Umberto Tozzi, la storia di Sanremo è piena di ultimi posti eccellenti
“O primo o ultimo. Perché le vie di mezzo mi annoiano. Non c’è ipocrisia nel dire che la classifica non m’interessa. Vivendo senza aspettative, meno che meno con quella di andare al Festival, non ho vissuto questa presenza all’Ariston come un fallimento, ma piuttosto come una vittoria”.
Al Festival pensa di essersi giocato bene le sue carte?
“Giocando a carte scoperte, faccio quello che mi sento. L'ho vissuta come se fosse un momento mio, senza la necessità d’impressionare qualcuno. Quindi, se piaccio, bene. Se no, ci faccio sopra una grande risata e la cosa finisce lì”.
Giocando sul riferimento fumettistico del suo nome d'arte, qual è stato l'aspetto più da Venom e quello più da Spider-Man, quello più cupo e quello più eroico di questa sua partecipazione?
“Quello più cupo è stata probabilmente l'umanità. Perché in quella settimana bisogna giustamente ‘vendere’ un prodotto e quindi non è facile, magari, fermarsi, parlare, confrontarsi, avere un rapporto umano; si fanno tante cose, ma con una certa freddezza. L'aspetto Spider-Man, invece, sono le persone là fuori: gente contenta di vederti, di toccarti, di salutarti. Non sai neppure se sanno per davvero chi sei o ti confondono con qualcun altro, ma che t’importa? È l’affetto che conta”.
Contestualmente a Sanremo è stato ripubblicato il suo primo “Amarsi è la rivoluzione” con “Avvoltoi” e un altro inedito, “Il tuo universo”. Erano nel cassetto da tempo?
“No, ‘Avvoltoi’ l’ho scritta a luglio, mentre l'album è uscito a maggio. Volevo tornare con un singolo che rappresentasse il mio percorso da far uscire ad ottobre. Mentre la scrivevo, però, mi venivano frasi e idee anche diverse da esprimere. Così, cercando di mettere assieme pezzi di puzzle, ho scritto altre dieci canzoni. Poi si è palesata l'opportunità di provare a mandare la canzone al Festival e ho scelto quella che, al momento, mi sembrava la migliore”.
Perché fare un repack dell’album?
“Per dargli un’altra possibilità. La scorsa estate il successo di ‘Non è mica te’ s’era ‘mangiato’ le altre 14 canzoni del disco e non volevo buttarle via”.
Al Festival, la sera delle cover, ha cantato “Portami via” di e con Fabrizio Moro
“Poter cantarci assieme era uno dei miei sogni d’artista. Ho avuto modo di conoscerlo lo scorso luglio, quando ho aperto il suo concerto a Montesilvano di Pescara. Così, quando ho saputo di essere in gara, ho pensato subito a lui. Mi ha trattato da pari, cosa che per niente scontata in questo mondo; avere la sua amicizia, oltre che la sua fiducia, è stato per me un onore”.
Sognare non costa nulla. La prossima canzone con chi le piacerebbe condividerla?
“Non con una, ma con tre persone: Olly, perché è un mio amico, mi piace quello che fa, e ammiro il suo percorso; Ultimo, che non conosco, perché ha una scrittura che amo tantissimo; Vasco Rossi, perché è Vasco Rossi”.
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