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Silvia Salis e la sicurezza, quando le parole servono a non decidere

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10.02.2026

Dalla critica al governo alla diluizione del concetto di sicurezza: l’intervento sul Foglio di Silvia Salis apre una questione politica precisa. Tra welfare, narrazione e accuse a Roma, resta una domanda inevasa sui risultati concreti a Genova.

Lo scorso 9 febbraio, sulle colonne de Il Foglio, è stato pubblicato un intervento dal titolo Il disastro del governo sulla sicurezza, firmato dal Sindaco di Genova Silvia Salis. Un testo che ambisce a certificare il fallimento dell’esecutivo sul terreno dell’ordine pubblico e che, allo stesso tempo, propone una rilettura ampia – e politicamente orientata – del concetto stesso di sicurezza. C’è un modo elegante per sottrarsi a una responsabilità politica: ridefinire il problema fino a renderlo irriconoscibile. È quello che accade sempre più spesso nel dibattito sulla sicurezza, trasformata da questione concreta – ordine pubblico, controllo del territorio, prevenzione e repressione dei reati – in una categoria emotiva, sociale, quasi filosofica. Una parola svuotata, allungata, resa così ampia da non poter più essere misurata. L’operazione parte dall’etimologia. Sicurezza come “assenza di preoccupazioni”. Suggestivo, ma fuorviante. Nella sfera pubblica la sicurezza non è mai stata uno stato d’animo, bensì una condizione oggettiva: meno reati, meno violenza, meno rischio. Ridurla a percezione soggettiva significa sottrarla al giudizio dei fatti. Se la sicurezza coincide con la serenità interiore, allora nessun governo – nazionale o locale – potrà mai essere valutato per ciò che fa o non fa. Dentro questa cornice dilatata trovano posto argomenti eterogenei: la politica estera, la crisi economica, la povertà, il welfare, l’illuminazione stradale, gli autobus notturni, le scuole aperte, persino gli sportelli digitali. Tutto diventa........

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