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Gioventù criminale, la generazione che non ha più paura di uccidere

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14.06.2026

La violenza minorile cresce e cerca pubblico sui social. Ma davanti a crimini commessi da dodicenni, abbassare l’età punibile può servire?

«Senti, fammi un fischio quando stai per fare questa cosa, perché se possibile vorrei vedere lo streaming». Quando i carabinieri del Nucleo investigativo di Trapani aprono il telefono sequestrato a un dodicenne di San Vito Lo Capo, non trovano soltanto le tracce di un progetto che avrebbe potuto trasformare una normale mattina di scuola in una tragedia. Trovano soprattutto un pubblico. In quella conversazione non c’è un ragazzino che fantastica da solo davanti a uno schermo. C’è qualcuno che non prova a dissuaderlo e che non gli dice di fermarsi. Pochi minuti dopo compare un’altra domanda: «Posso partecipare?». Finché non arriva il conto alla rovescia. «Quando pensi di farlo?». La risposta: «Cinque minuti da adesso». Con un casco da moto pieno di riferimenti ad autori di stragi nelle scuole americane e due coltelli. E il sospetto che qualcuno dovesse assistere all’azione in diretta.

Tutto si consuma in un gruppo Telegram composto, fino a pochi minuti dopo il fallimento del piano, da sei persone. Poi succede qualcosa che incuriosisce gli investigatori. L’account del dodicenne viene rimosso. Qualcuno lo cancella. Qualcuno, evidentemente, si preoccupa delle tracce. Nei verbali i carabinieri annotano che il contenuto della chat non è più visibile. E a quel punto l’inchiesta cambia perimetro. Non riguarda più soltanto il ragazzino siciliano. Riguarda chi gli stava attorno. Fra gli utenti, infatti, compare «Euno», un nickname già emerso in un’altra indagine aperta a oltre mille chilometri: a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove il 25 marzo scorso un tredicenne ha accoltellato la propria insegnante di francese, coincidenza, dopo aver lanciato una diretta Telegram. Un dettaglio che ritorna continuamente nelle storie della nuova criminalità minorile.

I ragazzi non sono più isolati. Hanno un pubblico. Hanno qualcuno che guarda e, talvolta, qualcuno che incoraggia. Anche a Taranto, del resto, la storia continua ben oltre il delitto. Il 9 maggio Bakari Sako, trentacinquenne maliano, sta attraversando la città vecchia spingendo la sua bicicletta. Sulla sua strada incrocia un gruppo di giovani. Dopo l’inseguimento scatta l’aggressione e, infine, le tre coltellate sferrate da un ragazzo di 15 anni. Nel fascicolo finiscono sei persone. Quattro sono minorenni. Poi compare un video su TikTok. Precede l’agguato solo di pochi istanti. Due dei ragazzi finiti nella ripresa sono coinvolti nell’inchiesta. Ma a colpire non sono tanto le immagini quanto la frase che accompagna il filmato: «Quello che non ti uccide, ti fortifica».

Per anni la violenza giovanile ha cercato di nascondersi. O almeno di non lasciare tracce. Oggi, invece, sembra voler fare l’esatto contrario. È molto visibile. Cerca riconoscimento. E pubblico. È una trasformazione che colpisce anche gli inquirenti. Perché mentre aumenta il bisogno di mostrarsi, diventa sempre più difficile comprendere la ragione di certi gesti. La scena del crimine appare sempre più visibile, il movente, al contrario, particolarmente opaco.

A Pavia, per esempio,........

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