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Trump parla di frodi alle urne e annoia. Lo aspettiamo alla finale dei Mondiali

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Uno e due: nel giro di un paio di giorni, prima il vicepresidente e poi il presidente degli Stati Uniti si son fatti cospirazionisti, il primo per non ammettere un fallimento, il secondo per prevenire quello che arriverà a novembre. Partiamo dal capo, ovvero Donald Trump, che nella serata di giovedì, dalla East Room della Casa Bianca, ha detto alla nazione - mezz’ora scarsa, preceduta dalla promessa di rivelazioni clamorose - che la Cina ha interferito nelle elezioni del 2020 e che il «Deep State» glielo ha nascosto, a lui e «a voi». Per qualche minuto è parso un discorso qualunque: l’economia va a gonfie vele, l’esercito è il più potente del mondo, l’America sta vincendo la guerra in Iran. Poi il climax, quello per cui il senatore Bernie Moreno aveva promesso «il più importante discorso dallo Studio Ovale dai tempi della crisi dei missili di Cuba»: Pechino avrebbe messo le mani su 220 milioni di file di elettori americani - «la più grande compromissione di dati elettorali della storia», nonché un piccolo miracolo, visto che nel 2020 gli iscritti al voto erano 214 milioni -, avrebbe tentato di fabbricare schede false per Joe Biden e arruolare giornalisti e imprenditori contro di lui. Prove:........

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