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Si sta come / In un circo / Prima o dopo / Lo spettacolo

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monday

«Omnis bona imitatio fit aut addendo, aut subtraendo, aut commutando, aut transferendo, aut novando». Così scriveva dell’imitazione letteraria Gasparino Barzizza, umanista probabilmente lombardo vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo: «ogni buona imitazione si verifica o aggiungendo, o togliendo, o mutando, o trasferendo, o innovando».

E se “imitare” deriva dal raddoppiarsi della radice indoeuropea mâ del verbo “misurare”, l’imitazione allora è un misurarsi con qualcos’altro, un fare su una misura aliena. E nella buona imitazione, questo scarto tra il nuovo e ciò che già esiste dev’essere significativo, cioè deve aggiungere una quota di senso o deve indirizzare verso una comprensione più precisa dell’opera. Perché la letteratura si scrive coi caratteri degli alfabeti, ma anche col bianco delle pause, coi rimandi e le influenze, con le posizioni in cui si collocano le parole o i gruppi di parole.

Gasparino, e non è affatto l’unico, ci ricorda che in letteratura non si deve semplicemente riprodurre, ma operare una scelta, esporsi, esercitare discrezione. E questo vale sia quando si scrive imitando il mondo, che quando si prende a modello un altro autore, un altro testo o un genere letterario distinto da quello dentro il quale si vuole inserire il proprio scritto.

Per fare un esempio vicino a noi, possiamo rileggere I fiumi, di Giuseppe Ungaretti, poesia che comincia con un’epigrafe insolita per un testo in versi: «Cotici il 16 agosto 1916». Sembra più un incipit da lettera o da diario, da memoria, che Ungaretti imita per trasmetterci parte del senso del suo messaggio. La poesia come memoria, certo, che, come è stato scritto, oppone la sua chiarezza all’opacità della materia del mondo. Ma c’è di più; così come non è sufficiente vedere in quest’indicazione solo un riferimento geografico e cronologico preciso che il poeta dà della sua vita. Senza dubbio Ungaretti scrive della guerra che ha vissuto, ma siamo sicuri che quest’epigrafe sia solo un riferimento preciso alla sua vita di uomo?

Più che ancorarci ai riferimenti biografici del poeta; più che trovare subito una risposta alla nostra sorpresa e rassicurarci estrapolando una parte della poesia, per quanto anomala, e ascriverla al calendario, conviene, invece, non cercare di scavalcare l’importanza dell’imitazione e chiederci quale sia il significato che Ungaretti ci vuole trasmettere mutando, trasferendo o innovando l’incipit del suo scritto in versi.

In una lettera, un’epigrafe simile sta a indicare il luogo e il momento della scrittura e quell’indicazione vale per tutto il testo a meno che non venga inserito un altro elemento che smentisce il primo. Se, per esempio, volessi dare conto del momento della scrittura di quest’intervento potrei cominciarlo scrivendo «Cagliari il 04 marzo 2026» e questo dato varrebbe per tutto il testo a meno che in un qualche momento compaia una indicazione con una seconda data. Il primo riferimento geografico e cronologico varrebbe allora fino al nuovo riferimento, il quale, a sua volta varrebbe fino alla fine dello scritto.

Ma in questa poesia? Ungaretti ci sta solo dicendo che ha scritto questi versi di getto, tutti in una volta mentre si trovava a Cotici il 16 di agosto del 1916? E che valore avrebbe in questo caso l’indicazione? Cioè, perché ritiene importante che noi leggiamo la sua poesia cominciando proprio da quel riferimento spaziotemporale tipico di un altro genere di scritto?

Facciamo finta di non conoscere la poesia, di non sapere di cosa parla e fermiamoci all’epigrafe: «Cotici il 16 agosto 1916». L’immagine che questi due elementi ci porta alla mente disegna in noi un luogo via dalla città, un luogo di confine, un colle, cioè un’altura da cui la vista gode di maggior libertà, dove anche il respiro può aprirsi maggiormente; a questo si aggiunge la data, che fa brillare lo spazio del sole estivo, dell’aria fresca di montagna che non opprime, dei giorni di festa. A Cotici, a metà d’agosto, mi aspetto di vedere prati e conigli, magari qualche ungulato sui monti non così lontani; di sentirmi tutt’uno col mio respiro e con la brezza che accarezza ogni cosa dall’orizzonte fino a me. E invece l’«albero mutilato», l’abbandono, «i panni sudici di guerra».

Questi elementi funzionano come funzionerebbe una nuova data in una lettera, cioè smentiscono l’epigrafe con cui Ungaretti comincia il suo canto; la mutilano, la negano e la insudiciano. L’estate, i prati, gli alberi, tutto è diventato altra cosa, compresa la voce poetica, di cui ora capiamo il vero messaggio. L’immagine che noi ci eravamo fatti leggendo di Cotici e di agosto non ha più posto nella poesia, perché con quell’inizio che imita le lettere o i diari il poeta non ci vuole indicare un luogo e un momento, ma una condizione, quella di un essere umano che si trova scalzato fuori dalla vita, in un altrove di cui ha perso ogni coordinata dal momento che ogni elemento e ogni immagine che un qualsiasi essere umano connetterebbe con quello spazio e quel tempo viene smentito e cancellato dalla guerra. Imitare l’epigrafe di una lettera, cioè, è servito a Ungaretti per amplificare il suo dirci che la guerra distorce e annulla il nostro immaginario umano, stravolge il nostro sentire, capovolge le nostre coordinate, tradisce il nostro essere e ci colloca in uno spazio e in un tempo che non hanno nulla a che fare con noi, tagliandoci fuori da tutta quella vita che siamo soliti chiamare solo “ambiente”, isolandoci.

Per recuperare il suo stato di essere umano, il poeta deve denudarsi e accoccolarsi, farsi scaldare dal sole. Solo così riesce a trovare Cotici oltre la Cotici nella quale sta vivendo. E come lui, riforma Cotici, Cotici, grazie all’Isonzo e ai fiumi che scorrono in esso, ridà forma a lui fino a farlo riconoscere «una docile fibra / dell’universo». Ma se per ritrovarsi umano è necessario ricordarsi della propria natura e annullare la diversità con l’universo, oggi che la guerra occupa spazi sempre maggiori di memoria e ambiente, dove è possibile ancorarsi per non perdere il ricordo della propria natura di esseri umani? Esiste ancora un ambiente i cui fiumi di acqua e di memoria siano così puliti da essere capaci di lavare i nostri panni sempre più sudici di guerra?


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