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Si sta come / In un circo / Prima o dopo / Lo spettacolo

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16.03.2026

«Omnis bona imitatio fit aut addendo, aut subtraendo, aut commutando, aut transferendo, aut novando». Così scriveva dell’imitazione letteraria Gasparino Barzizza, umanista probabilmente lombardo vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo: «ogni buona imitazione si verifica o aggiungendo, o togliendo, o mutando, o trasferendo, o innovando».

E se “imitare” deriva dal raddoppiarsi della radice indoeuropea mâ del verbo “misurare”, l’imitazione allora è un misurarsi con qualcos’altro, un fare su una misura aliena. E nella buona imitazione, questo scarto tra il nuovo e ciò che già esiste dev’essere significativo, cioè deve aggiungere una quota di senso o deve indirizzare verso una comprensione più precisa dell’opera. Perché la letteratura si scrive coi caratteri degli alfabeti, ma anche col bianco delle pause, coi rimandi e le influenze, con le posizioni in cui si collocano le parole o i gruppi di parole.

Gasparino, e non è affatto l’unico, ci ricorda che in letteratura non si deve semplicemente riprodurre, ma operare una scelta, esporsi, esercitare discrezione. E questo vale sia quando si scrive imitando il mondo, che quando si prende a modello un altro autore, un altro testo o un genere letterario distinto da quello dentro il quale si vuole inserire il proprio scritto.

Per fare un esempio vicino a noi, possiamo rileggere I fiumi, di Giuseppe Ungaretti, poesia che comincia con un’epigrafe insolita per un testo in versi: «Cotici il 16 agosto 1916». Sembra più un incipit da lettera o da diario, da memoria, che Ungaretti imita........

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