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L’arte delle capre

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16.04.2026

Sono sempre più convinto che quando la politica ingloba l’ambiente nei suoi discorsi lo faccia considerandolo solo come voce di un bilancio, sia che si tratti di un ecosistema da vampirizzare, che di un paesaggio da vendere; oppure ne parla per nascondere un qualche tipo di interesse speculativo tingendolo di verde. Non riesco a sospendere l’incredulità, come si fa leggendo una storia, perché ho un riferimento molto chiaro e di senso completamente opposto proprio nelle storie, in quelle scritte ed anche in quelle su tela o scolpite. Perché per l’arte la natura non è mai stata solo un fondo dentro cui ambientare le narrazioni, ma un elemento vivo e attivo, portatore di significati fondamentali per la comprensione del messaggio artistico – che è un messaggio sul vivere umano. Anche quando assume la funzione di farsi portatore delle passioni dell’anima di un personaggio, come se fosse un grande specchio, l’ambiente non è mai solo un mezzo che l’artista usa con l’unico fine di spiegare un individuo, ma fa di esso un testimone della compenetrazione esistenziale tra la nostra specie e il mondo che abitiamo. Detto in altro modo, se capiamo la natura umana attraverso la rappresentazione delle cime tempestose è perché quest’immagine parla a un nostro lato ancestrale che ancora ricorda e viene attratta e condivide dei significati con quell’agitarsi inesorabile che gli giganteggia addosso. Lato ancestrale che alcuni non esiterebbero a chiamare anima.

Per dare corpo a questa relazione, gli artisti usano diverse strategie: a volte l’ambiente è un altro personaggio della narrazione; altre volte, come io credo sia il caso di Grazia Deledda, assume la funzione che nella tragedia greca incarna il coro, che assiste ma non partecipa direttamente, e nel suo linguaggio, fatto di albe, ombre e venti, esprime la dinamica della creazione, vagliando l’agire umano da una prospettiva ulteriore. Così vedo anche gli ampi boschi di betulle di Boris Pasternak, ondeggianti o innevati, verdi o immobili, ma comunque tanto criticati a suo tempo perché non sufficientemente impegnati, poco engagées. Altre volte ancora l’ambiente naturale o un suo elemento incarna una voce che dall’esterno critica l’agire umano; e così via.

Ciò che importa è che questo intendere la natura come presenza attiva col quale l’umano deve necessariamente relazionarsi non è un elemento che l’arte ha fatto proprio di recente, ma si colloca alle basi della nostra tradizione culturale di europei e occidentali. Prendiamo le Georgiche di Virgilio, per esempio, che ho appena riletto nell’edizione di Agostino Richelmy per Einaudi. In esse il vate non lega alla posterità solo le sue vastissime e precise conoscenze sulle attività campestri, che spaziano dall’indicazione dei momenti migliori per la semina secondo gli astri e la luna a come aggiogare una coppia di buoi, da come sistemare i filari di vite a come proteggere un alveare e il suo miele; nei quattro libri di esametri delle Georgiche Virgilio fa molto di più: ci mette in guardia contro i rischi di una conoscenza che sia solo tecnica o operativa e ci ammonisce a che si conosca quanto più è possibile della «incognita pianura» nella quale si vuole operare: il clima, le culture che l’hanno vissuta e tutte le particolarità dei luoghi; «ciò che in sé quella regione produce, ciò che rifiuta». Virgilio decide di iniziare la sua opera dicendoci che il primo passo da compiere è quello di stringere un rapporto e col luogo nel quale vorremmo lavorare e con gli animali coi quali dovremo farlo. Da «incognita», la pianura deve diventare nota, familiare.

E Virgilio non si nasconde di certo dietro un dito, ma riconosce senza mezzi termini che quest’interazione sia complicata e di difficile attuazione; però ci dice anche che gli affanni, le preoccupazioni imposte agli umani dal divino, l’attenzione costante che è richiesta e l’operare continuo che si impone per bilanciare, gestire e beneficiare dei moti e dei cicli della natura, servono per stimolare il nostro ingegno e far sì che né gli umani né le terre si intorpidiscano fino a cadere in un «pesante letargo». Mi pare che nemmeno la filosofia, in passato, sia riuscita a riconoscere questa evidenza con tale chiarezza e semplicità.

Solo che gli esseri umani, «spietata schiatta», «fra i quali il bene e il male stanno invertiti», hanno scambiato ogni difficoltà per ingombri da cancellare. Per essi ogni fatica è uguale e tutte sono sempre cosa da evitare. In questo modo, l’aratro ha perso tutta la sua dignità e il suo decoro, i campi si immiseriscono, i coloni spariscono (che nel nostro tempo significa anche paesi fantasma e città sovrappopolate e congestionate, lavoratori agricoli notati solo se rovesciano il latte in strada e la convinzione che le melanzane crescano da sole nei supermercati) e «le ricurve falci si trasformano in una inflessibile spada». Aver perso familiarità con la campagna significa averne acquisito con la guerra. E se già Virgilio diceva che «troppe sono le guerre del mondo e in troppe guise compare il delitto», mi chiedo cosa direbbe oggi, che, non per caso dunque, qualsiasi «pianura» è sempre più «incognita», quando non direttamente cancellata per far posto a qualcosa di più redditizio.

Probabilmente siamo ancora lontani dal riappropriarci della nostra vita nella dimensione che le appartiene davvero e la «spietata schiatta» si troverà ancora a lungo più a suo agio a parlare di guerra che di viti e ulivi e api e capre; ma, ancora una volta, se non si guarda al mondo e a se stessi con gli occhi invertiti, l’arte, anche quella contemporanea, quella proprio di oggi, sa rinnovare quel monito che già Virgilio sentiva di dover riportare alla nostra attenzione dall’inizio della sua opera, affinché la leggessimo attraverso la lente di quell’indicazione.

L’arte sarda è una prova evidentissima del perpetrarsi di questo messaggio e non solo nelle opere dei maestri: anche senza il bisogno di riferirsi a Francesco Ciusa o a Maria Lai, nelle opere dei quali il rapporto con l’ambiente è potentissimo, decisivo e continuo, ben al di là della mera marca stilistica volta a identificare una regione con l’attività dei pastori, una pittrice contemporanea, Claudia Cabras, fa degli animali della fattoria il soggetto delle sue pitture, con l’obiettivo di restituire il volto del divino in tutte le sue sfaccettature di rondini e capre, di cavalle e cani da pastore. E oltre il Tirreno, nella penisola, un trio di Bologna, Lo stato brado, due anni fa pubblicava il suo primo disco di musica post-agricola, così la definiscono, che si chiude con una canzone nella quale ammettono che «la tecnica mi stende / più di questo divano».

Che si tratti di un dialogo diretto e voluto col vate o meno, ciò che importa è che l’arte si fa voce di un sentire che si ripete, perché che parli del reale o no, sempre dice il vero. L’album bolognese si intitola Canzoni contro la ragione e in esso gli steccati e i bancali non vogliono solo guidare l’ascolto elettronico dentro un immaginario agreste, ma spingono con urgenza verso quel ritorno necessario ad un’Arcadia dimenticata, ma non ancora del tutto perduta. Ad un passo da noi, sempre che ci ricordiamo di percepire e partecipare del sacro anche fra le capre e le loro deiezioni.

L’arte continua a ripetercelo. Sapremo metterci in ascolto?


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