Flotta peschereccia in crisi, imbarcazioni quasi tutte ferme: colpa del gasolio alle stelle
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Viareggio, 11 aprile 2026 – Scrutano il mare. È una tavola piatta. Ma non salpano i pescherecci viareggini. Restano lì, attraccati all’ormeggio. Trentaquattro imbarcazioni ferme. Un’intera filiera sull’orlo del collasso. Colpa della guerra israelo-statunitense e della conseguente chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Petrolio alle stelle, impennata del gasolio e degli altri carburanti. Ne stiamo pagando tutti le conseguenze, ma i pescatori, forse, sono quelli più penalizzati. A loro il gasolio costa 1,50 euro al litro. Sembra poco (vedendo che per noi automobilisti è andato a 2,2 ai distributori), ma in realtà non è così. Un’imbarcazione ne consuma dai 300 agli 800 litri a uscita. Il costo diventa insostenibile per tanti.
E così la flotta peschereccia viareggina, vanto e orgoglio della città, esce col contagocce a meno del 50% delle sue possibilità. Con ovvie ricadute su tutta la filiera della pesca. Insomma una situazione di paralisi che al momento non vede soluzione.
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“Non la vede perché la politica è cieca e sorda a tutti i nostri appelli. E quando parlo di politica – dice Alessandra Malfatti, presidente della Cittadella della pesca – intendo quella locale, regionale e nazionale. Senza distinzione di colori e appartenenze. Tutti a riempirsi la bocca sull’importanza della pesca, nel dire che questa attività è storica e va tutelata perché identitaria della città, ma all’atto pratico poco o nulla viene fatto. E ora ci si è messa pure la guerra a complicarci le cose”. Fra l’altro questo è un periodo della stagione in cui il pesce vicino alle nostre coste scarseggia di suo. I pescatori dovrebbero spingersi a diverse miglia di distanza, ma il caro gasolio li frena e li trattiene in porto. “Almeno non spendiamo e non aggiungiamo costi a costi”, dicono affranti mentre ripuliscono e tengono in ordine le loro imbarcazioni. Il mare per loro è vita, la fonte di sostentamento per le loro famiglie. Ma adesso devono fare i conti con una congiuntura internazionale senza precedenti.
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“Ma prima ancora della guerra – dice ancora Alessandra Malfatti – la categoria ha sofferto le giornate del blocco pesca, per le quali non sappiamo ancora quante e quali saranno nel 2026; ha sofferto le difficoltà di entrata e uscita dal porto dovute all’insabbiamento. Abbiamo chiesto aiuti e sovvenzioni da Regione e Governo. Abbiamo avuto praticamente zero. Insomma la categoria deve risolvere problemi creati da altri e la guerra è stata la mazzata finale. Che proprio non ci voleva”.
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Senza il pesce locale portato al mercato ittico, anche i ristoranti della zona sono costretti a comprare prodotti provenienti da altre aree. E quella che era una nostra caratteristica, una peculiarità delle nostre tavole e della gastronomia anche d’eccellenza rischia di scomparire. “Vorremmo che la politica – conclude la Malfatti – si affrontasse in maniera concreta i problemi dei pescatori e trovasse delle soluzioni che possano evitarci di essere costretti a chiudere definitivamente”.
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