A Usa e Israele non servirà eliminare Mojtaba. Così la teocrazia evolve in dittatura militare
Un ritratto dell'ayatollah Mojtaba Khamenei esposto in strada a Teheran (Ansa)
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Roma, 7 aprile 2026 – Un sistema di potere strutturato nel corso di 40 anni e sempre più ramificato, dove, fino a prima dell’inizio della guerra, la componente religiosa sembrava essere ancora in vantaggio su quella militare-securitaria. Ma la morte di Ali Khamenei ha cambiato molte cose. L’Iran da una teocrazia rischia di trasformarsi in una dittatura militare con una forte componente religiosa. Una cosa è certa: nonostante tutti i dirigenti eliminati da Israele e dagli Stati Uniti, la classe dirigente iraniana è lunghi dall’essere stata decimata e ha una capacità di rigenerazione e resilienza che forse Tel Aviv e Washington non avevano valutato con la dovuta attenzione.
Com’è strutturata la linea di comando
Formalmente, la chiave del sistema iraniano resta la figura della Guida suprema. La costituzione le attribuisce il primato politico e religioso: definisce gli indirizzi generali dello Stato, supervisiona la loro applicazione, comanda le forze armate e nomina i vertici militari, compresi quelli dei Pasdaran. Questo significa che in Iran il centro del potere non coincide con il governo, ma con un ufficio sovraordinato che sta sopra esecutivo, parlamento e magistratura.
Sempre formalmente, sotto la Guida suprema si colloca il presidente della Repubblica, oggi Masoud Pezeshkian, che è il capo del governo ma non il padrone del sistema. Anche il parlamento, il Majlis, pur dotato formalmente di poteri legislativi, opera dentro un campo sorvegliato. E qui entrano in campo i veri protagonisti dell’Iran, soprattutto quello di domani: il Consiglio dei Guardiani. Il loro è un potere più impalpabile che manifesto. Di fatto sono loro che decidono chi possa candidarsi in tutte le istituzioni dell’alveare del potere iraniano, dalla presidenza della Repubblica all’Assemblea degli esperti, ossia un organo costituzionale iraniano composto da religiosi eletti, incaricato di nominare, supervisionare e, volendo, revocare la Guida Suprema, cioè la massima autorità politica e religiosa del Paese.
I Guardiani della Rivoluzione islamica
Questo è l’organigramma formale e ufficiale. C’è poi quello effettivo e ufficioso, dove i protagonisti sono i Guardiani della Rivoluzione islamica, meglio noti come Pasdaran. Che non vanno confusi con l’esercito regolare, con il quale, fra l’altro, sono in contrasto seppure a fasi alterne. I Pasdaran non sono una semplice forza armata. Rispondono direttamente alla Guida suprema e sono una vera e propria macchina politica e militare, anche grazie alla presenza di ex comandanti che nel tempo sono arrivati ai vertici di alcune istituzioni. È proprio qui che il tempo di guerra modifica l’equilibrio del sistema. Quando l’ordine politico viene sottoposto a bombardamenti, assassinii mirati e minaccia esistenziale, il baricentro si sposta dagli organi civili agli apparati che garantiscono sopravvivenza, repressione e continuità. In guerra la voce decisiva non è quella della leadership civile, ma quella dei Pasdaran. In condizioni estreme, la Repubblica islamica smette di apparire come una teocrazia con elementi elettivi e si mostra per quello che è nella sua forma più nuda: un regime a doppia gamba, clericale e militare, nel quale però il pilastro militare tende a prevalere quando la sopravvivenza è in gioco.
Mojtaba Khamenei e il futuro del regime
La nomina di Mojtaba Khamenei dell’8 marzo scorso ha quindi avuto un significato preciso: non una rifondazione del sistema, ma un tentativo di continuità sotto stress, con una figura legata all’apparato del padre e con forti connessioni con il blocco securitario. Sempre in questo periodo di conflitto, ha assunto un nuovo peso il Consiglio di sicurezza nazionale, che è formato dal presidente dai capi dei tre poteri, da ministri chiave, da vertici militari e da rappresentanti personali della Guida. La sua collaborazione con i Pasdaran è vitale per la sopravvivenza dell’intero regime. La guerra non elimina il clero dal potere, ma riduce la sua autonomia e rafforza gli uomini, le reti e le istituzioni capaci di combattere, controllare e punire. Per questo l’Iran di oggi non va letto come un sistema crollato con la morte del vecchio leader, bensì come un sistema che ha reagito serrando le sue componenti più dure. La Repubblica islamica resta formalmente centrata sulla Guida suprema; materialmente, però, il suo funzionamento dipende sempre di più dalla fusione tra legittimazione religiosa e comando securitario. Dove non basta colpirne più di uno per eliminare il problema dalle fondamenta.
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