Dal calcio alle baby gang, quando i genitori insegnano a picchiare l’avversario: “La violenza genera bulli e razzisti”
Problemi di bullismo nel calcio giovanile, parla l'esperta
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Pontedera, 28 febbraio 2026 – “I bambini che crescono vedendo i genitori insultare, minacciare e picchiare sugli spalti imparano che la violenza è un linguaggio normale. È così che si gettano le basi delle baby gang”. A parlare è la pedagogista Mariana Berardinetti, che spiega come quello che accade ogni fine settimana sui campi di calcio giovanile non è solo maleducazione sportiva: è un problema diseducativo serio. Un aspetto vissuto in prima persona: “I miei figli - racconta - facevano calcio e in ogni occasione c’erano genitori che si comportavano in modo offensivo e violento. Incitavano a menare, tirare calci, troncare le caviglie o insultavano l’arbitro, l’allenatore e i piccoli avversari. Un conto però è se lo fai in curva, un altro è se lo fai davanti a una ventina di bambini: trasformi il campo da calcio in campo minato”.
Berardinetti, perché avviene questo fatto?
“In queste situazioni avviene un cortocircuito nella mente del genitore, che vede il figlio giocatore come un prolungamento di sé e non come una persona autonoma. Il successo del bambino è la loro validazione sociale, a giocare sono mentalmente loro. Se il figlio subisce fallo o sbaglia, è come se fallisse l’ego del genitore”.
Come mai si arriva a questo?
“Perché si è innamorati dell’immagine del figlio campione, ideale e perfetto, che quindi è intoccabile e se qualcuno lo tocca...”.
“Esatto. Il figlio deve fare quello che il genitore non è riuscito e la paura che fallisca porta alla rabbia, un’emozione talmente forte che bypassa il concetto di regola. E così arrivano anche a scendere dagli spalti e fare quel che vogliono: picchiare arbitro, allenatore o giocatori. E così lo sport non è più educazione ma spazio per sfogarmi”.
Ma perché proprio in un campo di calcio?
“Perché è una zona franca dove sfogare la frustrazione accumulata per una settimana e dove la rabbia dell’essere umano esplode”.
Cosa apprendono i figli?
“Che la prevaricazione è l’unico linguaggio possibile e che l’avversario va disumanizzato: è un ostacolo da battere, un nemico, senza dignità e quindi si può anche picchiare. Insomma, una diseducazione catastrofica che se gli adulti sono in grado di limitare al rettangolo dello stadio, i bambini riportano nella vita di tutti i giorni coi loro pari”.
Quali conseguenze generano?
“La prima, puramente sportiva, è che i figli hanno ansia da prestazione e paura di deludere il genitore, quindi giocano non per divertirsi ma per vincere a tutti i costi per tenere in piedi la stima altrui e la propria autostima. Questo porta moltissimi bimbi ad abbandonare precocemente gli sport”.
“La disumanizzazione dell’avversario fa sì che i bimbini non sviluppino l’empatia: se mio padre insulta l’arbitro mi autorizza a fare lo stesso. Si gettano le basi del bullismo e del razzismo, oltre a sviluppare l’aggressività e il mancato rispetto delle regole e dell’autorità. Infatti bambini con questi genitori spesso diventano bulli, entrano nelle baby-gang e sviluppano disturbi comportamentali. Infine...”.
“Un danno più interno ma umano è che incita i bambini a essere quello che non sono. Un bambino docile al quale viene insegnato che deve fare male agli avversari altrimenti per vincere e guadagnare la stima del genitore perde sia l’innocenza che la dignità”.
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