Paolo Hendel, il cuore d’oro di Pravettoni: “Sono felice quando fuori piove. Chi mi fa ridere? Totò e i bimbi”
Paolo Hendel nei panni dell'indimenticabile Carcarlo Pravettoni
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Firenze, 19 aprile 2026 – La parlantina è la stessa di sempre, di quando la lira s’impenna(va) e il suo Carcarlo Pravettoni prendeva a picconate il politicamente corretto analogico. Guizzante come un’anguilla, bonario e ficcante, Paolo Hendel è un comico anomalo nella prolifica nidiata toscana. La fiancheggia al massimo, ne ha sì i lampi dissacranti ma ci aggiunge una gamma espressiva più istrionica, da palcoscenico.
Hendel, 74 anni. Com’è andata finora?
“Se penso che fino a 30 anni non sapevo cosa avrei fatto nella vita, devo dire che tutto sommato non mi è andata male”.
E da ora in poi che si aspetta?
“Chi lo sa, c’è da aspettarsi di tutto, nel bene e nel male. Dopo una certa età si va avanti a colpi di controllini preventivi per la salute. Una volta l’urologo, una volta la gastroscopia, un’altra la colonscopia. Un’emozione dopo l’altra. E ogni volta è una scommessa”.
Il primo profumo che ricorda della sua infanzia?
“Il lillà. Nella casa dei miei genitori c’erano quattro belle piante lungo un muretto in giardino e a volte mia madre mi diceva di portare qualche rametto fiorito alla maestra delle elementari”.
Ha vissuto da ragazzo la Firenze degli anni 70.
“È stata per me quella del liceo e poi dell’università, la Firenze delle lotte studentesche, delle manifestazioni, dei cortei… Allora si sperava di cambiare il mondo. Qualcosa in effetti è cambiato ma non mi pare in meglio”.
Secondo molti la città ha perso fascino, autenticità. Può ancora riscattarsi?
“L’autenticità di una città è data da chi la vive e la abita e vivere e abitare a Firenze oggi non è facile, un lusso per pochi”.
Il suo Pravettoni, ripensandoci oggi, è stata una figura geniale. Quasi un visionario.
“Quando Paolo Guerra, il mio agente di allora, con una bella intuizione mi disse di andare a Milano a incontrare Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci non sapevo cosa aspettarmi e quando al primo incontro mi suggerirono di mettermi una parrucca e di vestire i panni dell’imprenditore cinico e baro, mi sembrò un azzardo”.
“Non sono mai stato bravo coi personaggi televisivi. Se Pravettoni ha funzionato lo devo ai tre della Gialappa e a Walter Fontana, geniale autore e voce della scheda che ogni volta introduceva il personaggio”.
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David Riondino. Un ricordo.
“Se a un certo punto mi sono messo a fare quello che ormai faccio da più di quaranta anni, e che ormai farò fino alla fine dei miei giorni visto che non so fare altro, è soprattutto colpa del mio amico David. È stato lui a portarmi per primo su un palcoscenico durante i suoi concerti, negli anni 80. Entravo in scena vestito da maggiordomo, gli portavo da bere tra una sua canzone e l’altra e sul più bello mi spiaccicavo un pomodoro sulla fronte. Nel corso degli anni dal pomodoro sono passato alle mele, che mi spaccavo in testa, poi all’ananas e in fine al cocomero, momento clou della mia ricerca teatrale. Ne porto ancor oggi i segni, sulla fronte e soprattutto nel cervello. David se n’è andato due settimane fa. Sergio Staino ha fatto lo stesso tre anni fa. Vorrei tanto poter credere che un domani ci ritroveremo insieme in qualche posto, fosse anche all’Inferno. Con loro si riuscirebbe a star bene e a farsi qualche risata anche lì”.
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Lavora anche con i Giancattivi, con Monicelli e, più tardi, con Pieraccioni. Il ruolo che ricorda con più affetto?
“Pippo, il meccanico di motorini del Ciclone. A volte incontro qualcuno per la strada che mi dice “Ma te sei Pippo, il meccanico del Ciclone! Sei un po’ invecchiato!” Eh certo che sono invecchiato, son passati 30 anni!”
Il Ciclone è stato quasi un film spartiacque. A rivederlo sembra quasi il canto del cigno del politicamente scorretto. Come si può far ridere oggi senza urtare le tante sensibilità?
“Peggio vanno le cose nel mondo e più bisogno c’è di ridere. Ridere di ciò che non ti piace, che ti fa paura e che ti fa arrabbiare. Dopo averne riso le cose brutte purtroppo restano tali, ma si sta un po’ meglio e magari la notte si dorme più leggeri”.
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I social ci hanno cambiati?
“Vanno usati con moderazione. Non si può farsi venire il malumore per un like in meno”.
Si è sempre sentito libero di fare ciò che voleva su un palco?
“Assolutamente no, ogni volta è una scommessa, non sai mai come andrà. Il punto non è fare quello che uno vuole, il punto è essere in sintonia con chi ha pagato un biglietto ed è venuto in teatro a vederti. Giocare e divertirsi col pubblico ridendo insieme dei casi della vita”.
Ci facciamo i fatti suoi. Ci racconta la sua giornata tipo?
“Dipende. Se non ho nulla da fare non sono uno che ama svegliarsi presto, a meno che non sia stagione di funghi. Passo molto tempo a letto, a dormire ma anche no. Mi piace quando piove, allora dormo più volentieri e la mattina, quando mi sveglio con la pioggia, sorrido… Sempre che non si tratti di un’alluvione”.
Chi la fa ridere oggi?
“I bambini quando dicono cose che non ti aspetti. Ho una raccolta di riflessioni filosofiche di mia figlia quando aveva cinque anni che sono un capolavoro. Ogni tanto me le vado a rileggere, mi commuovo e rido”.
“Il primo Benigni, il primissimo Grillo e tutto Totò. Ah, Luciano Manzalini, certo, il magro dei Gemelli Ruggeri, lui e Eraldo Turra: un duo meraviglioso”.
In questo mondo c’è ancora spazio per una risata?
“C’è sempre spazio per una sana risata, fa bene alla salute”.
Se potesse diventare presidente della Repubblica per 10 minuti e fare il discorso di fine anno che direbbe agli italiani?
“Direi che le cose non vanno troppo bene, anche se ultimamente c’è qualche segno di speranza, vedi i risultati elettorali in Ungheria, ma il fatto che io sia lì a parlare nei panni del Presidente della Repubblica non sarebbe un bel segno per l’Italia. Per fortuna abbiamo Mattarella”.
“Quando ero giovane, negli anni 70, pensavo che saremmo riusciti a migliorare il mondo, in qualche modo. Non mi sarei mai aspettato che saremmo finiti in un’epoca buia come questa. Chi è giovane oggi vive con ansia un presente così avaro di speranze per il domani. Le nuove generazioni non si meritano un futuro così incerto”.
Cosa si può fare per cambiare le cose?
“Intanto andare a votare, sempre e comunque. Non è necessario che ci sia qualcuno che ti entusiasma, sarebbe bello ma non lo si può pretendere. Se non c’è nessuno che ti convince del tutto, allora vota per il meno peggio. C’è sempre un meno peggio da votare e intanto possiamo cominciare da lì”.
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