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Giacomo Matteotti e la separazione delle carriere

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12.03.2026

Nel 1919, quando l’Italia usciva stremata dalla Grande guerra e si affacciava a un periodo di profonde trasformazioni politiche e sociali, nel dibattito sulla giustizia si delineò una contrapposizione che, riletta oggi, appare quasi profetica. Da una parte si collocava Giacomo Matteotti, socialista riformista, giurista rigoroso e difensore delle garanzie liberali; dall’altra si muovevano i primi nuclei del movimento fascista, tra cui in particolare Dino Grandi e Benito Mussolini, che già lasciavano intravedere una concezione radicalmente diversa del rapporto tra Stato, magistratura e libertà individuali. Il punto di frizione era uno di quelli che periodicamente tornano al centro della discussione pubblica italiana: la separazione delle carriere tra magistratura requirente e magistratura giudicante, cioè tra pubblici ministeri e giudici. Matteotti sosteneva con chiarezza che chi accusa e chi giudica dovessero appartenere a ordini distinti, con percorsi professionali separati, proprio per garantire l’imparzialità del processo penale. Non si trattava, nella sua prospettiva, di un tecnicismo giuridico, ma di una questione di libertà politica. Il processo, affinché sia giusto, deve mettere su piani diversi l’accusa e il giudice; se invece i due ruoli appartengono allo stesso corpo, con identica carriera, identici organi di autogoverno e possibilità di passaggio dall’uno all’altro, il rischio è che si formi una solidarietà corporativa che attenui la distanza necessaria tra chi sostiene l’accusa e chi deve valutarla.

Matteotti guardava alle esperienze delle democrazie liberali europee, dove già allora la distinzione tra giudice e pubblico ministero era più netta. Il pubblico ministero, pur essendo un organo dello Stato, svolge una funzione accusatoria; il giudice deve invece restare terzo, estraneo alla logica dell’accusa e della difesa. La separazione delle carriere serviva esattamente a questo: rafforzare la........

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