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Il Nobel al papa contro chi predica e usa la forza

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17.04.2026

Già un anno fa avvistammo quanto la scelta di Prevost fosse opposta alla visione del mondo di Trump

Un anno fa, all’indomani dell’elezione al soglio pontificio del primo papa americano, Robert Francis Prevost, che scelse il nome di Leone XIV, L’Espresso pubblicò una copertina che oggi appare profetica: “Un Leone contro Trump”. Alle spalle di Prevost, in primo piano, si stagliava come un’ombra cupa e minacciosa il profilo del presidente Trump.

Allora sembrava azzardata, ma oggi si conferma più che mai valida nell’aver saputo cogliere la natura di un confronto destinato col tempo a emergere in tutta la sua durezza e sfociato in questi giorni nell’’attacco sferrato dal presidente degli Stati Uniti a papa Leone XIV. È stato il punto più basso di un deterioramento iniziato nei primi giorni del 2026. Era il 3 gennaio quando, all’indomani della presa di controllo del Venezuela da parte della Casa Bianca, il pontefice — forte di una sensibilità maturata in vent’anni di missione in Perù — invocava il rispetto della sovranità e dello Stato di diritto. Parole nette, che mettevano al centro «il bene del popolo venezuelano». Washington reagiva accusando la Santa Sede di ingerenza.

Da quel momento la frattura si è accentuata. All’inizio del conflitto con l’Iran, Leone XIV ha pronunciato parole di durissima condanna: «Dio non ascolta le preghiere dei guerrafondai». Un monito che strideva con le immagini diffuse il giorno di Pasqua dalla Casa Bianca, in cui Donald Trump appariva circondato da leader religiosi in atteggiamento di devozione, che lo mostravano come una sorta di nuovo Gesù. Due visioni inconciliabili: da un lato, la religione come voce critica contro la guerra, dall’altro l’uso della religione come strumento di legittimazione del potere.

L’insulto al capo della Chiesa cattolica segna oggi un salto di qualità. Isolato politicamente, nonostante un’opposizione democratica incapace di esprimere una leadership credibile, Trump sembra aver individuato nel papa un bersaglio simbolico. Eppure, mentre il presidente alza i toni, Leone XIV non risponde all’insulto con l’insulto, ma con la coerenza. «Io non sono un politico», ha detto, rifiutando lo scontro diretto, ma continuando a parlare «forte contro la guerra», a promuovere dialogo e multilateralismo, a ricordare che «troppa gente sta soffrendo» e che «qualcuno deve alzarsi e dire che c’è una via migliore».

È questa coerenza che oggi raccoglie il sostegno compatto dell’episcopato americano e di una parte crescente dell’opinione pubblica internazionale. Ed è questa coerenza che ci consente di immaginare una possibile candidatura di Leone XIV al prossimo premio Nobel per la Pace, premio bramato da Trump che paradossalmente ora, con il suo attacco, rende ancora più probabile per il Papa. Sarebbe il riconoscimento di una visione del mondo che rifiuta la logica della forza e della violenza e insiste sulla costruzione di ponti. Non è un caso che, durante il suo viaggio in Africa, il Pontefice abbia richiamato la lezione di Sant’Agostino a Ippona: cercare sempre la riconciliazione.

In un tempo dominato da conflitti e nazionalismi, il Papa americano ribadisce con forza di non avere paura e ricorda a tutti che «Dio straziato non sta con i prepotenti».

“Un Leone contro Trump”, scrivevamo un anno fa. Oggi sappiamo che non si tratta di uno scontro tra due uomini, ma tra due idee di mondo. E, mai come ora, è chiaro per tutti noi da che parte stare.


© L'Espresso