La leva terroristica per reprimere Palestine Action: il caso in UK
In Gran Bretagna l’Alta Corte ha smentito il governo sulla qualificazione del movimento
Nel Regno Unito, il 13 febbraio scorso, l’Alta Corte ha annullato la classificazione del gruppo politico Palestine Action come organizzazione terroristica. Si tratta sicuramente di una decisione importante a livello nazionale. Il Paese si era allineato alla tendenza occidentale di criminalizzare la protesta e raccontarla come minaccia alla sicurezza nazionale. A giugno 2025 la ministra dell’Interno inglese Cooper aveva accusato il Palestine Action di «danni criminali su larga scala» e aveva inquadrato così il gruppo nelle leggi antiterrorismo, con possibili condanne per membri e sostenitori, fino a 14 anni. Nel mirino dell’accusa c’è stata soprattutto l’azione contro la base militare di Raf Brize Norton, la più grande dell’Air Force, in solidarietà con la Palestina e contro i legami politici, economici e militari tra Regno Unito e Israele.
Già nell’estate del 2025 l’Alta Corte si era espressa sulla gravità della questione repressiva, concedendo a Palestine Action il permesso di appellarsi soprattutto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nello specifico gli articoli 10 e 11 sulla libertà di espressione e di riunione pacifica. L’Alta Corte ha quindi stabilito che la qualificazione era sproporzionata e che il ministero dell’Interno aveva violato la propria politica interna usando le leggi antiterrorismo per colpire il movimento per la Palestina britannico.
Dalla classificazione del gruppo come terroristico sono state arrestate più di 2.300 persone che protestavano contro il genocidio. La difesa legale è stata guidata dalla cofondatrice Huda Ammori che ha impugnato il provvedimento definendolo «uno degli attacchi più estremi alle libertà civili nella storia recente del Regno Unito».
La narrazione contro Palestine Action aveva iniziato a sgretolarsi già a febbraio quando il tribunale di Woolwich aveva assolto sei imputati dalle accuse più gravi. Sulla questione è accurata l’analisi dell’Osservatorio Repressione «la sentenza non è un punto d’arrivo: è un terreno di lotta». Lo Stato britannico ha infatti tentato di terrorizzare chiunque facesse parte o anche sostenesse Palestine Action. Migliaia di manifestanti sono stati arrestati, diverse persone hanno portato avanti per mesi uno sciopero della fame dal carcere per le condizioni detentive con gravi danni fisici e psicologici. Ora si inizia a parlare di risarcimenti e riparazioni, ma soprattutto della volontà che il governo ammetta di aver usato lo schema del terrorismo per isolare, reprimere e terrorizzare migliaia di persone che non hanno semplicemente cercato di smuovere l’opinione pubblica, ma di agire direttamente sui meccanismi che, a casa loro, rendono possibile il genocidio in Palestina.
Si tratta di manifestanti che si organizzano proprio come chiede a gran voce di fare chi è in lotta nei territori occupati, senza paura né esitazioni. Le linee guida della solidarietà sono sicuramente molteplici, ma sono molto chiare ed esplicite. Fare di meno non è più possibile. Palestine Action è attiva anche in Italia e ha portato avanti diverse azioni non-violente che hanno ricevuto, anche in questo caso, reazioni e sentenze repressive spropositate e strumentali.
«Gli unici veri terroristi sono coloro che bombardano i civili. La repressione non fermerà chi vuole bloccare le armi di questo genocidio» ha dichiarato Luca di Palestine Action Italia.
