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Carlo Calenda: «Ora basta con le parole, i figli un bene del Paese» – La sua politica per la “sfida” demografica

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24.01.2026

cronaca

Se non si conoscesse la storia di Carlo Calenda basterebbe buttare un occhio sulla sua grande scrivania, nel quartier generale di Azione, di via Vittorio Veneto, per capire le sue origini: Identità di Francis Fukuyama, Autocrazie di Anne Applebaum, L’età delle rivoluzioni di Fareed Zakaria e poi Winston Churchill sparso un po’ dappertutto.

Libri come stampelle per le sue idee, un impasto di pragmatismo e riformismo liberale che piace pure alla destra. Un purista quasi romantico, il segretario di Azione, sospettato dai suoi ex compagni di viaggio della sinistra di essere a un passo dall’oscillare verso la maggioranza che ormai lo corteggia apertamente e cui lui però non risparmia critiche.

Il magmatico leader di Azione si porta in dote una storia ricca e stratificata, gli anni da grande manager in Ferrari, Sky, Confindustria, le foto di lui e Lapo Elkann con un sigaro cubano in bocca, i compromessi che non riesce a fare, una famiglia solida e importante alle spalle che lo ha sempre sostenuto, la mamma, Cristina Comencini, regista drammaturga e già figlia d’arte che prima si arrabbia moltissimo con lui adolescente quando sta per diventare padre e poi lo incoraggia e lo sostiene. I quattro figli ormai cresciuti, una moglie, Violante, a cui è legatissimo e a cui dedica ancora messaggi sui social da innamorato.

Aveva 16 anni quando diventa padre, sarà stata dura.

«Io ero un ragazzino, la mamma di Tay, che oggi ha 36 anni, aveva 26 anni. All’epoca lei lavorava per il marito di mia madre. Le famiglie all’inizio si infuriarono, poi furono un sostegno imprescindibile. Non abbiamo pensato mai, neppure per un momento di rinunciare a quella bambina. Io mi trasferì a casa di lei. Io cambiavo i pannolini, davo il latte alla piccola, le facevo il bagnetto. Non ho perso un attimo di quell’esperienza straordinaria».

Quanto ha inciso avere una famiglia solida come la sua alle spalle?

«Moltissimo, non c’è dubbio. Sarei ipocrita a dire il........

© Il Tirreno