Applicazioni tra le stelle: diario di una madre astronauta in contatto con la figlia e il pianeta Terra
Illustrazione di Giancarlo Caligaris e Ilaria Urbinati
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“Guarda cos’ho trovato in soffitta. Mi sa che era della nonna”. Nello schermo la bambina agita un oggetto di un verde sbiadito. Vorrebbe domandarle cosa sia, ma non può interagire. È un video registrato. Già è incredibile che ogni giorno possano sentirsi vicine a quel modo. Chissà se la start up che ha realizzato il prototipo dell’applicazione immaginava fin dove sarebbe arrivata. Non si poteva escludere che in futuro si spingesse ancora oltre. Che inviasse dati in forma di ologramma, o addirittura tridimensionale. In quel caso, lei potrebbe persino toccare l’oggetto che la figlia le mostra. Sembra una palla schiacciata.
“È un cestino” dice la bambina. “Ci metto i giocattoli del gatto”. Come ha fatto a non riconoscerlo? Uno dei cimeli della madre dei tempi della scuola. Presine all’uncinetto, ciotole di plastilina, pompon per berretti. Frutto delle ore di “applicazioni tecniche”. Roba sbilenca, il più delle volte realizzata di controvoglia, brutta già nelle premesse, concepita per tenere impegnate delle bambine che avrebbero di certo preferito giocare a palla nel cortile. “Lo capivamo da sole che questi oggetti sgraziati non sarebbero serviti a niente. Non si poteva impiegare quel tempo per imparare qualcosa di utile?” diceva la madre quando le mostrava il baule dei ricordi di scuola, fra i quali il cestino di rafia color acquamarina.
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Vi allenavano a fare le donnine di casa, le risponderebbe ora, se la madre fosse ancora viva. Bambole da accudire e cestini da intrecciare, presine all’uncinetto e minuscole tazzine da tè e tegamini, coi quali disegnarvi fin da piccole un orizzonte circoscritto: pasti da preparare per il marito che torna stanco dal lavoro con cui provvede al pane per la famiglia, e innocui pettegolezzi con le amiche all’ora del tè. Nel video la figlia le elenca cosa metterà nel cestino: il topolino di gomma, le palline, il legnetto tira graffi. Sorride. La madre sarebbe felice di sapere che quell’aggeggio finalmente sarà utile a qualcosa.
Chissà perché non l’aveva buttato. Non gettava niente, aveva il terrore dello spreco, l’ossessione del risparmio, le spese oculate. Necessarie. Forse perché comprava con denaro non suo. Una volta le aveva chiesto perché, dopo il matrimonio, non avesse più lavorato. Le aveva dato una risposta confusa di responsabilità domestiche, mancanza di bisogno reale. Per la madre la linea di demarcazione era il bisogno. Il lavoro, da quella prospettiva, era uno sfizio. Chissà se ci credeva davvero, o se invece le sarebbe piaciuto dire: questo pane l’ho messo in tavola anch’io. Avevano il necessario per mandare avanti la casa e far crescere la bambina, cos’altro serviva?
“E per te, non compri niente?” le domandava quando giravano per negozi. “Non m’importa, ne posso fare a meno”. Chissà di quante cose ha fatto a meno. Mette in pausa il video e guarda al di là del vetro, nel nero totale che certe volte le mangia il respiro. Non ci farà mai l’abitudine. Dal buio affiora il ricordo di un pomeriggio qualsiasi. Cercava l’indirizzo di una compagna di scuola che aveva segnato su un foglietto. Non lo trovava. Era andata a vedere nelle tasche dei jeans nel cesto del bucato. Rovistando, aveva trovato una rivista femminile, di quelle con le foto di moda, le interviste alle attrici e le lettere alla direzione con gli sfoghi delle casalinghe. L’aveva sfogliata con stupore, non ne aveva mai viste in casa. In quel momento la madre era entrata in bagno, agitata, rossa in volto. Le aveva strappato la rivista dalle mani. “Non dirlo a tuo padre, per piacere”.
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Riavvia il video. La bambina la sta salutando, deve fare i compiti, dice, e ripassare le tabelline. Alle sue spalle appare il volto del marito. “Qui base terra!” grida lui, sventolando la mano. “Tutto sotto controllo. E tu, non prendere freddo”. Le viene da ridere. Ogni volta la saluta così. Di tutto quello che gli ha raccontato, circa la missione, la cosa che più gli è rimasta impressa è la temperatura esterna di -270 °C. Guarda fra gli appunti per scegliere il tema del tutorial di oggi.
Ha preso l’abitudine di pubblicare sui social alcuni aspetti apparentemente marginali del suo lavoro, ma che ha scoperto avere molto seguito. Specialmente fra le ragazze. Come fai a lavarti, le chiedono sotto i post. E per mangiare? L’igiene personale? Ti tagli i capelli, le unghie? Da principio le parevano domande insensate. Con tutte le curiosità che avrebbero potuto coltivare sul suo lavoro, si concentravano su piccolezze del genere? Poi aveva capito. Quelle ragazze cercavano di immaginarsi al suo posto. Si vedevano lassù, e volevano arrivarci preparate.
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Oggi gli mostrerà come dorme, nel sacco a pelo fissato al muro. Da principio ha fatto fatica ad abituarsi al dondolio, perché l’assenza di gravità fa fluttuare ogni cosa e non esiste l’immobilità assoluta. A mio modo, anche io tengo lezioni di applicazioni tecniche, pensa con un sorriso, spero che un giorno siano utili a quelle ragazze per seguire un sogno. Un lavoro con cui soddisfare i bisogni quotidiani e quella parte di loro stesse che rischiano di non ascoltare. “Vieni, ci siamo!” la chiamano i colleghi.
Oltre l’oblò c’è la terra, avvolta nella luce fluorescente dell’atmosfera. Sulla stazione frazionano il tempo in ventiquattr’ore, anche se non esistono né giorno né notte. Per l’organismo è meglio così. Però un’orbita completa attorno alla terra dura 90 minuti o poco più. Questo permette loro di vedere circa 16 albe e 16 tramonti nell’arco di quella che sarebbe una giornata terrestre, senza mai farci l’abitudine. Il primo che scorge il sole all’orizzonte, chiama i colleghi. Allora tornano tutti bambini e schiacciano il naso contro l’oblò, ammaliati dall’esplosione di luce che per un attimo cancella il nero d’inchiostro.
Un’ora e mezza più tardi, si chiamano di nuovo per l’arrivo della notte, quando il manto nero copre pian piano la terra, e sembra che una mano invisibile spenga le luci. Al centro della sfera ora è ben visibile il suo continente, con dentro il suo paese, casa sua. Strizza gli occhi, immaginando la bambina e il marito affacciati alla finestra di cucina a fissare il cielo. Si domandano se quel puntino luminoso sia una stella o la stazione spaziale su cui lei sta lavorando. “Quello cos’è?” domanda una collega alle sue spalle. Qualcosa galleggia nello spazio. Un filo verde acquamarina. Un’estremità è fissata alla terra mentre l’altro capo fluttua verso la stazione spaziale, ci gira attorno e prosegue più su, oltre la Via Lattea, e le Galassie confinanti, all’infinito. Un filo senza limiti.
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