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Uccise il pusher, condanna definitiva per Checchi

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12.03.2026

È definitiva la sentenza di condanna per Domenico Checchi, il trentaquattrenne che, nella notte tra il 24 e il 25...

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È definitiva la sentenza di condanna per Domenico Checchi, il trentaquattrenne che, nella notte tra il 24 e il 25 maggio del 2023, aveva accoltellato a morte, con un tirapugni con una lama, il pusher tunisino Marouane Bechir, di 42 anni, che si era presentato nel suo appartamento di via del Borgo di San Pietro. L’uomo morì nell’ascensore del condominio, per le ferite che Checchi gli aveva inferto al volto e al petto. La lite, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, avvenne per motivi di droga. La pena stabilita dalla Cassazione per l’omicidio è nove anni e quattro mesi di reclusione con pene accessorie, interdizione legale durante la pena e interdizione dai pubblici uffici perpetua. In primo grado l’imputato venne condannato a dieci anni e otto mesi per l’omicidio più due anni e due mesi per detenzione di stupefacenti e porto illegale di un taser. La sentenza era stata confermata in appello, ma la Suprema Corte ha annullato senza rinvio per il delitto principale, stabilendo una nuova pena e ha annullato con rinvio ad un appello bis per i reati di droga e di armi. Checchi è difeso dall’avvocato Gianluigi Pieraccini. Raggiunto a casa dai carabinieri della stazione Indipendenza, dove si trovava sottoposto agli arresti domiciliari, il trentaquattrenne, su ordine della Procura generale, è stato portato in carcere per scontare la pena residua, ricalcolata in 7 anni, 5 mesi e 20 giorni di reclusione.

Sull’omicidio, due anni fa, avevano indagato i poliziotti della Squadra mobile. Tutto era accaduto attorno all’una di notte. Ad allertare i soccorsi furono i condomini del palazzo di via del Borgo di San Pietro, allarmati dalle urla che provenivano dal pianerottolo davanti all’appartamento al settimo piano di Checchi. Non per la prima volta, raccontarono poi. Il custode del palazzo, tra i primi a intervenire, assistette a parte dell’orrore: l’ascensore che aveva chiamato per salire all’appartamento di Checchi, che risultava occupato, quando gli si aprì davanti rivelò ospitare Bechir agonizzante, trascinato dentro da un’amica che era con lui in un estremo tentativo di portarlo in salvo. All’arrivo degli agenti della Squadra Mobile, l’uomo era però già morto, trafitto a petto e viso da un tirapugni con lama. Bechir era noto nel mondo dello spaccio locale e aveva trascorso vari periodi alla Dozza. Checchi raccontò di essersi difeso dopo che il quarantaduenne si era presentato a casa sua armato di coltello con l’intento di rubargli dei soldi e che da questa aggressione era nata la colluttazione sfociata nel sangue.

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