Walter Veltroni e Lucio: "Ci conoscemmo a Roma nei primi anni Settanta. Ancora oggi mi manca"
I concerti al Pincio con la Fgci, il tour negli stadi assieme ai Banana Republic "Aveva un grande carattere. Una sana follia, cosa di questi tempi rara e bella".
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"Quando si diventa grandi capita che le persone migliori che hai incontrato nella vita, a un certo punto, ti lascino. La sensazione che si può vivere nel bosco in una situazione nella quale cascano gli alberi. Però bisogna continuare a coltivare la passione per il bosco, nonostante gli alberi che cadono. Lucio, ancora oggi, mi manca molto". Lucio. Mai Dalla. Walter Veltroni lo chiama così. Segno di un’amicizia che ancora oggi sopravvive, a distanza di oltre 60 anni da quella conoscenza al Pincio, quando esisteva una militanza politica, fatta di passione, amore, cultura e identità. Incontri, dibattiti e vecchie Feste dell’Unità. Ma quel rispetto per Lucio vive ancora oggi nella puntina che ogni giorno tocca i vinili appoggiati nel giradischi nella casa dell’ex sindaco di Roma. Nei ricordi, nei pensieri. Nelle pellicole, pulite delicatamente per riportare alla luce un live, quello a New York, che altrimenti sarebbe rimasto nel dimenticatoio, passando da un garage impolverato a un banchetto di un mercatino romagnolo, a Faenza. Invece l’amore per il cinema, per la cultura e per le storie che contraddistingue il Dna di Veltroni ha fatto sì che "il concerto più importante di Lucio", spiega l’ex segretario del Pd, riprendesse vita. Nei cinema, nelle televisioni, in streaming. Per non dimenticare. Anzi, per tramandare.
Veltroni, nel 2023, anno di uscita del suo docufilm ’DallAmeriCaruso. Il concerto perduto’ ricorrevano gli 80 anni dalla nascita di Lucio. Quest’anno invece sono i 40 anni dall’album ’DallAmeriCaruso’. Per lei cosa rappresenta questo disco?
"È la registrazione di un concerto meraviglioso che si tenne a New York e che fu, in qualche modo, il coronamento di una stagione di Lucio veramente unica. Tra fine anni ’70 e inizio anni ’80 inanella uno dopo l’altro dei successi meravigliosi, soprattutto con una qualità musicale e del testo veramente unica. Quel concerto a New York è in qualche modo la sanzione di questa meraviglia e l’album ne è la trascrizione. All’interno c’è tutto: l’amore di Lucio per l’America, la musica americana, il jazz, l’estemporaneità. Lui andò lì con gli Stadio e fu veramente una performance meravigliosa che noi abbiamo ritrovato e rigenerato attraverso i video, ristaurando il tutto con la giusta qualità, anche musicale. Qualcosa che restituisce tutta la bellezza della musica di Lucio".
Come le venne in mente questa idea?
"Non c’era più traccia di questo che è stato, veramente, il suo concerto più importante. Io avevo già fatto tre anni prima un film sul concerto di Fabrizio De André con la Pfm, dove avevamo sempre ritrovato le immagini, girate un po’ in emergenza da un operatore. Erano peggiori di quelle usate per il film di Lucio. Quindi era giusto usare questi frammenti di memoria per documentare un tempo musicale e culturale come quello che Lucio ha rappresentato".
Parlando di album live, siamo nel 1979, al tour di Dalla con Francesco De Gregori. I Banana Republic. Un giro tra gli stadi d’Italia che ha avuto anche una sua impronta.
"Con Francesco e Lucio l’idea era di mettere insieme questi due talenti così diversi tra loro, ma allo stesso tempo così complementari. Facevano una musica molto differente, proprio per formazione, ma che insieme erano una potenza. I testi di Francesco, la musica di Lucio, e viceversa, si integravano perfettamente. Una delle pagine più belle. C’era anche Rosalino (Cellamare, in arte Ron, ndr). Fu una bella idea. Una collaborazione tra persone diverse. Allora non c’era molto questa abitudine a collaborare, si determinò così uno spirito di comunità musicale. Ma forse impronta è troppo: ero molto amico dei due, ne parlammo e venne fuori questa idea. Quando due cose sono belle perché non devono incontrarsi. Non è che l’arte deve essere solo vissuta individualmente, può anche essere un prodotto dell’amicizia e della sintonia, come è stato per loro".
Come conobbe Lucio Dalla?
"Attraverso il manager Renzo Cremonini. Eravamo nei primi anni ’70, al tempo dei concerti che organizzavamo al Pincio con la Fgci – Federazione giovanile comunista italiana –. Un giorno venne Lucio che non era nei suoi momenti migliori perché dopo ’4 marzo’ e ’Piazza Grande’ ebbe una fase complicata che poi si invertì con ’Anidride Solforosa’, ’Automobili’ e ’Com’è profondo il mare’ e gli album successivi. Mi stette subito molto simpatico, e credo viceversa. Non poteva non essere simpatico: aveva un grande carattere, una grande personalità, un talento naturale e una sana follia. Cose che di questi tempi sono rare e belle".
Veltroni, lei ha raccontato attraverso il cinema Enrico Berlinguer, Fabrizio De André, Paolo Rossi, Pio La Torre, Lucio Dalla. Ha come obiettivo raccontare un altro personaggio che ha lasciato un segno su di lei?
"Ne ho raccontati altri con i romanzi, come la vita di Luca Flores (Il disco del mondo, 2007), da cui ci fecero il film ’Piano, Solo’ (regia di Riccardo Milani, con Kim Rossi Stuart, Michele Placido, Jasmine Trinca e Alba Rohrwacher). Era un jazzista, un giovane meraviglioso che si suicidò. Una storia che mi piacque molto raccontare e portare alla memoria di tutti. Mi interessano questi tipi di vite qui. Dove c’è talento, sofferenza e grandezza. Per ora però non sto pensando a un nuovo lavoro".
Ascolta ancora oggi i dischi di Lucio Dalla?
"Lo sento spessissimo. Le mie canzoni preferite sono ’Cara’, ’Quale allegria’, ’Tango’, ’Mambo’, ’Com’è profondo il mare’. Lucio mi manca molto".
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