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Vittorio Martini, una vita tra i capelli “Iniziai da bimbo a fare le barbe. A Milano Marittima venivano i vip. Oggi lavoro ancora al centro Esp”

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17.03.2026

Vittorio Martini al lavoro nel negozio di parrucchieri al centro commerciale Esp di Ravenna

Ravenna, 8 marzo 2026 – Diventato barbiere per caso da bambino e parrucchiere per passione qualche anno dopo, oggi Vittorio Martini racconta con tanto orgoglio quella che, parafrasando il titolo del suo libro, è una “vita tra i capelli”. Sembra ieri ma era il 1954 quando il padre Angelo lo mandò a bottega nella sua Sant’Alberto a imparare il mestiere: da lì è stato un crescendo tra aperture di negozi in centro a Ravenna, a Milano Marittima, dove conobbe e pettinò i cantanti in voga negli anni 70, e infine al centro commerciale Esp, dove oggi continua a lavorare e dà lavoro a tanti colleghi. In mezzo anni di formazione e una serie di premi ottenuti grazie a impegno e dedizione.

Vittorio Martini, come è nata l’idea di diventare parrucchiere?

“L’idea è nata semplicemente perché ai miei tempi quando si finiva la scuola, nei due o tre mesi di vuoto, bisognava fare qualcosa anche a 7 o 8 anni. Mio padre aveva chiesto in giro a Sant’Alberto, dove vivevamo, e mi prese l’unico meccanico di bici e motorini di allora. Solo che non riuscivo mai a lavarmi le mani bene, una volta tornato a casa. Così, a forza di insistere, convinsi mio padre che non ci volevo più andare. Lui allora si rivolse alla cooperativa dei barbieri in piazza a Sant’Alberto dove adesso c’è la farmacia. Erano dieci o undici, tanti, quindi, oltre al barbiere, c’era chi faceva il calzolaio, chi l’assicuratore, quando c’era poco da lavorare. Mio padre chiese se mi prendevano ma gli dissero di no. Finché un giorno uno di loro, Bruno Bezzi, aprì un negozio suo, proprio davanti alla casa del poeta Olindo Guerrini, e mi prese”.

Lei quanti anni aveva?

“Avevo 10 anni: la mattina andavo a scuola e al pomeriggio andavo a bottega e facevo i compiti quando non c’era niente da fare. Ero talmente piccolo che per arrivare alle poltrone da barbiere dovevo lavorare su una cassetta della frutta”.

Così Bruno Bezzi è stato il suo primo maestro?

“Sì, mi ha insegnato prima di tutto la coreografia con la saponata, e poi la rasatura e tutto il resto. Io ero un bambino e lui era un giovane, tra noi c’erano cinque anni di differenza, così si nacque un rapporto bello con tutti i ragazzi del paese che venivano a farsi la barba da noi: lavoravamo continuamente e quando non lavoravamo ci facevamo gli scherzi. Tra me e Bezzi si sviluppò un rapporto talmente chiaro e sincero di amicizia che quando lui partì per il servizio militare mi lasciò in consegna tutti i suoi soldi e mi affidò la gestione del negozio che portai avanti a 13 anni”.

Com’era il mestiere allora?

“Completamente diverso da oggi. Non c’erano orari né tariffe: ognuno si faceva pagare quello che pensava e si lavorava fino a quando c’era qualcuno in negozio. I clienti venivano dopo il cinema e si faceva anche mezzanotte”.

Quando ha aperto il primo negozio suo?

“Nel 1964, in società con Bezzi: venimmo a Ravenna. Aprimmo in via De Gasperi”.

Iniziaste a lavorare anche come parrucchieri per donne?

“A quei tempi io avevo un po’ di clientela femminile, amiche e amiche di mia moglie Gabriella, ma non si poteva fare. Se arrivava il vigile scattava la multa perché o si faceva il barbiere o il parrucchiere: era la nostra separazione delle carriere (sorride, ndr). Quante multe abbiamo preso anche perché io e il mio socio a un certo punto decidemmo di mettere gli orari e di chiudere la domenica. Fu una roba tragica per Ravenna: gli altri barbieri erano in rivolta e ci mandavano i vigili. Poi durante un’assemblea si decise di finalmente per la chiusura domenicale”.

Oggi si tiene aperto anche la domenica, si sta tornando indietro?

“Sì, si sta tornando molto indietro. Non ci sono più regole”.

Sono cambiate anche acconciature e mode...

“Sì, quando ho cominciato il taglio di moda era “all’umberta” come l’ex re Umberto di Savoia. Poi i clienti non volevano lavarsi i capelli e a volte non riuscivo a pettinarli. Così decidemmo di mettere i posti lavaggio in negozio. Oggi la moda per i capelli delle donne è dettata dagli stilisti, per gli uomini da sportivi e cantanti, poi c’è il colore”.

Con un mestiere in così rapida evoluzione deve essere stato complicato aggiornarsi…

“Negli anni 60 ho iniziato a frequentare la scuola per barbieri e parrucchieri: a quei tempi chi era più bravo insegnava a quelli come me. Poi si iniziava a girare a Milano, Bologna, le ditte iniziavano a organizzare sfilate. Si cominciò col taglio a rasoio, che era una cosa futuristica. I ragazzi iniziavano a portare i capelli lunghi e le onde non erano di moda, tutti volevano capelli lisci tirati”.

Poi dopo i corsi si faceva pratica in negozio. Come andava al negozio di via De Gasperi?

“Benissimo. Al sabato pomeriggio, in particolare, avevamo sempre 18-20 persone in fila”.

Avevate anche qualche cliente noto?

“Il presidente della Provincia, il sindaco, quasi tutti gli assessori, i medici dell’ospedale. Poi c’era il conte Ghezzo Vitali: aveva ereditato patrimonio della zia e veniva tutti i giorni. Un giorno mi disse che tutti gli facevano i complimenti per l’acconciatura ma che non voleva raccontare che io avevo una Fiat 500, così mi voleva regalare una Porsche ma io rifiutai”.

Il parrucchiere deve essere anche un po’ psicologo, saper ascoltare e interpretare i desideri delle persone...

“Oltre a essere psicologo, deve essere anche prete, perché tanti clienti mi raccontano dei rapporti con la famiglia, mogli, mariti, amici, amanti che vengono i negozio”.

Lei negli anni 70 ha aperto un negozio a Milano Marittima...

“Con Bezzi e altri soci aprimmo sotto al locale ‘Pineta’. Milano Marittima a quei tempi era piena di vita, molto bella, molto frequentata da gente che aveva tanti soldi, molti artisti, cantanti”.

Ne ha conosciuto qualcuno?

“Quello che ho conosciuto meglio è stato Franco Califano, era simpatico. Quando veniva si fermava a fare delle chiacchiere. Al pomeriggio quando tornava dal mare l’unica cosa che gli interessava era parlare di donne: voleva sapere chi erano quelle che aveva visto in negozio. Poi sono venuti da noi Renato Zero, Gino Paoli, Sergio Endrigo: venivano a farsi la barba o lo shampoo e a fare delle chiacchiere perché avevano tutti il parrucchiere personale”.

Dopo la parentesi di Milano Marittima tornò a Ravenna…

“Avevamo sempre il negozio di via De Gasperi ma eravamo in affitto e volevamo comprare i muri. Il proprietario non si decideva così, appena finito il centro commerciale di via Cavina, decidemmo di aprire un negozio lì. Era bellissimo, progettato dal designer Ghinassi, tutto ricoperto di sughero marrone: lì avevamo la sauna, le cabine per l’estetica uomo donna e due cabine per quelli che si facevano il toupé e non volevano farsi vedere. Nel 1990, purtroppo, da un corto circuito si sviluppò un incendio che lo distrusse e io persi in quell’incendio gran parte dei miei ricordi professionali: foto, premi”.

Lei con la sua professionalità ed esperienza è diventato anche insegnante...

“Sì, sono stato direttore della sezione maschile della scuola per acconciatori Anam (Accademia nazionale acconciatori moda) di Ravenna per anni e responsabile nazionale per il settore maschile dell’Unfaasm, ho girato tutta Italia e sono stato anche all’estero. Sabato chiudevo il negozio e tornavo il martedì mattina: è stata una missione. Mi vanto di aver partecipato con altri tre dell’Emilia Romagna al primo lancio moda maschile in Francia, Parigi, nei primi anni 70”.

La storia recente la vede titolare di tre negozi al centro commerciale Esp…

“Sì, abbiamo il negozio di parrucchieri, la barberia e l’estetica. Siamo soci io, mia figlia Marianna e Anna Lisa. Abbiamo diversi dipendenti: dodici parrucchieri, cinque che fanno uomo e cinque nell’estetica”.

“Ho iniziato da bambino e ora potrei essere un nonno ma la mia vita l’ho passata sempre dentro al negozio, sono abituato a stare in mezzo alla gente, non a casa. Certo, adesso faccio quasi esclusivamente i clienti che mi seguono da sessant’anni”.

Dopo oltre 70 anni di carriera e svariati premi vinti, oggi le manca solo il riconoscimento del presidente della Repubblica...

“Adesso sono contento perché sono tranquillo. Certo, il riconoscimento del presidente della Repubblica sarebbe un grande orgoglio”.

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© il Resto del Carlino