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L’analisi degli psicologi: "Un gesto silenzioso e potente. Sta chiedendo aiuto, noi ci siamo"

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31.03.2026

Intervista al presidente dell’Ordine marchigiano, Giuseppe Carmelo Lavenia, dopo il ritrovamento "Non è una lettera per morire ma per essere visti. Episodi che vediamo sempre più spesso".

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Una lettera scritta a mano e lasciata in una panchina a cui, chi l’ha scritta, ha confidato tutto il suo stato d’animo. Un disagio racchiuso in venti righe. Per capire cosa possa aver spinto una persona a lasciare un messaggio così, il Carlino ha intervistato Giuseppe Carmelo Lavenia, presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, psicologo e psicoterapeuta.

Presidente Lavenia cosa può rappresentare questa lettera? "Non è una lettera per morire ma è una lettera per essere visti".

Cosa ha spinto chi l’ha scritta a lasciarla proprio in un parco?

"In quelle righe non c’è tanto il desiderio di farla finita, quanto la fatica di continuare a stare al mondo sentendosi fuori posto, non importanti, quasi di troppo. La frase più forte non è ‘ci ho pensato a buttarmi’, ma tutto quello che la circonda: il non sentirsi voluto, il non avere qualcuno con cui parlare, il timore di pesare sugli altri".

E’ una persona che indubbiamente soffre fino a voler morire?

"Chi scrive è probabilmente dentro una condizione molto frequente: non vuole morire, vuole smettere di stare così. Lasciare quel messaggio su una panchina non è casuale. È un gesto silenzioso ma potente. È un modo per dire: ‘non riesco a dirlo a qualcuno preciso, allora lo affido a chiunque passi’. È una richiesta di aiuto senza destinatario, ma profondamente autentica".

Sono episodi ricorrenti per chiedere aiuto?

"Eh sì, sono episodi che vediamo sempre più spesso. Cambiano le forme, un foglio, un post, una frase lasciata da qualche parte, ma il bisogno è lo stesso: essere riconosciuti senza sentirsi esposti o giudicati".

"C’è poi un passaggio molto delicato: quando una persona che soffre pensa di dover proteggere gli altri dal proprio dolore. È lì che il rischio aumenta, perché il disagio resta chiuso e cresce". Dal punto di vista di uno psicologo e psicoterapeuta come è lei come possono essere letti questi messaggi?

"Da presidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi delle Marche credo che questi segnali vadano letti con attenzione e rispetto, senza allarmismi ma senza superficialità. Non sono gesti per farsi notare. Sono tentativi di non scomparire del tutto. Il punto non è capire chi ha scritto quella lettera ma il punto è riconoscere quante persone oggi si sentono così, ma non trovano nemmeno il coraggio di lasciarla".

La vicenda della lettera sta commuovendo molte persone e c’è chi pensa di andare alla panchina e lasciare dei messaggi di vicinanza. Possono aiutare?

"I messaggio di conforto sono sempre bene accetti poi però per aiutare questa persona ci vuole un terapeuta, il sostegno di un professionista che lo supporti a risolvere il momento che sta vivendo".

Si può ancora aiutare?

"Oggi i giovani difficilmente dicono voglio morire, dicono non vogliono vivere, non voglio stare in questo mondo come la persona della lettera che dalla grafia sembra essere un giovane. Non significa che sia a rischio di un gesto estremo, sta cercando aiuto, ha scritto la lettera per farsi vedere".

Come mai si arriva a sentirsi così?

"Viviamo in un mondo difficile dove i dati sulla salute mentale sono peggiorati, c’è molta solitudine, siamo tanto connessi quanto però soli. Per i giovani mancano spazi dove incontrarsi, dove parlare insieme senza essere davanti a un monitor. Se chiedi a un giovane cosa fa il sabato sera non sa dove andare. O va a bere o va a ballare dove poi beve. La parola solitudine è la parola più cercata insieme a futuro. Più del 60% dei ragazzi chiedono sostegno a chat gpt invece che ai genitori che danno loro tutto ma non la propria presenza. Sono preoccupati del proprio futuro".

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© il Resto del Carlino