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I pesci giganteschi e Yuri: “La mia vita a caccia di mostri: l'attesa, il combattimento, l’adrenalina. E ho un sogno nel cassetto”

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03.04.2026

Yuri Grisendi con lo storione beluga pescato in Romania

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Il reggiano Yuri Grisendi porta nel nome un destino da esploratore di spazi sconosciuti. A battezzarlo così fu il padre, appassionato di pesca, che volle rendere omaggio a Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio. Oggi Grisendi, 56 anni, di Cavriago (il paese del busto di Lenin), perito chimico di formazione, è uno dei più conosciuti cercatori e pescatori di big fish del mondo: milioni di follower sui social, spedizioni nei fiumi più estremi del pianeta, collaborazioni internazionali anche con missioni scientifiche e una vita trascorsa inseguendo creature gigantesche in acque torbide, giungle remote e paesaggi ai confini dell’avventura. Ma dietro il successo, prima di tutto, c’è un bambino cresciuto tra i laghetti della pianura e il richiamo silenzioso dell’acqua.

Yuri, partiamo dal suo nome. Sembra già scritto dentro un racconto d’avventura.

“Sì, in effetti è così. Mio padre mi chiamò Yuri in onore di Gagarin. Era un uomo affascinato dall’idea dell’esplorazione. Quel nome, in qualche modo, me lo sono portato dietro per tutta la vita. Solo che invece dello spazio ho scelto i fiumi, le giungle, i grandi pesci, i luoghi dove la Natura è ancora padrona". La passione gliel’ha trasmessa lui?

“Completamente. Mio padre era appassionato di pesca e di caccia, ma a caccia non mi portava, perché la considerava pericolosa. A pescare invece sì, fin da piccolissimo. Mi portava nei laghetti, nelle bonifiche, lungo i corsi d’acqua della nostra zona. È lì che mi ha trasmesso questa “malattia”. Perché quando ti entra dentro, non ti lascia più”.

Che cosa cercava, da bambino, in quell’acqua?

“La pace, prima di tutto. Ho sempre amato la natura, gli alberi, le montagne, l’idea di stare immerso in un ambiente calmo, rasserenante. Ho iniziato pescando carpe, cavedani, trote... Ma già allora sentivo che non era solo il gesto della pesca ad attirarmi: era il mistero di ciò che si muove sotto la superficie”. Poi a metà anni Novanta è stato tra i pionieri della pesca al siluro. Come nacque quella svolta?

“All’epoca si cominciava appena a parlare di pesca al siluro. Non c’era Internet, quindi leggevo riviste specializzate, raccoglievo consigli, cercavo di capire. Non esistevano neppure attrezzature specifiche, così usavo strumenti pensati per la pesca d’altura. All’inizio pescavo con il verme, con pezzi di pesce, sperimentando molto. Poi decisi di provare con un’esca viva”.

Ed è lì che arrivò il primo grande colpo di fulmine?

“Esatto. Dalla riva catturai un siluro di due metri. Ricordo ancora l’adrenalina di quel momento: una scarica incredibile. Fu lì che capii che non si trattava più solo di una passione. Era qualcosa di più grande. Cominciai a pensare di comprare una barca con gli amici, poi una seconda, poi mezzi sempre più attrezzati, perché per inseguire certi pesci devi entrare davvero nel loro mondo”. Quanto ha contato Internet nella tua crescita?

“Per me è stato come lo sbarco sulla Luna. All’improvviso si è aperto un universo: potevo confrontarmi con pescatori di tutta Europa, scambiare tecniche, contatti, esperienze. Gli stranieri venivano sul Po e io li accompagnavo a pescare, poi loro mi invitavano in Danubio, in Svezia, in altri grandi fiumi. È nato uno scambio tecnico, culturale e umano che ha cambiato tutto”.

Lei però ha capito presto che l’avventura andava anche raccontata…

“Sì, perché la pesca non è mai soltanto la foto col trofeo. È il combattimento, l’attesa, il paesaggio, il movimento, la tensione. Ho iniziato a documentare tutto anche con videocamere sempre più evolute. Nei primi anni Duemila mi sono persino costruito un sito web da solo, dopo aver studiato html. Mi divertiva raccontare non solo il pesce, ma tutto quello che gli gira attorno”. Il salto vero, però, è arrivato con i social.

“Un salto quantico! È stato nel 2007, con YouTube. Da lì è esploso tutto. Sono arrivate collaborazioni con sponsor, contatti con ricercatori scientifici, inviti e spunti da ogni parte del mondo. Ho cominciato a lavorare sempre di più anche come content creator. Oggi tra Facebook, YouTube, Instagram e TikTok, siti come Big Mama e Catfish World, raggiungo milioni di persone, ma dietro quei numeri ci sono vent’anni di lavoro vero, di viaggi, di notti, di prove, di errori e di fiume”. Tra le esperienze più importanti c’è anche l’incontro con lo zoologo Jeremy Wade di “River Monsters”

“Sì, è stata una tappa fondamentale. L’ho accompagnato lungo il Po per la pesca al siluro. Per chi vive questo mondo, Wade è un punto di riferimento assoluto. Collaborare con lui è stato emozionante e anche un riconoscimento internazionale del lavoro che avevo fatto fino a quel momento”.

Oggi le sue spedizioni ti hanno portato in tutto il mondo. Quali luoghi le sono rimasti più dentro?

“Sono stato in Brasile, Suriname, Guyana, nel lago Nasser in Egitto, Thailandia, in tutti i principali fiumi europei dal delta del Danubio alla Svezia, in Canada per lo storione bianco, in Kazakistan, in Louisiana... Ogni luogo ha lasciato qualcosa. Non è mai solo una cattura: è il viaggio, la natura, la cultura locale, il rapporto con guide indigene e pescatori del posto. È questo che rende ogni spedizione unica”. Ci sono pesci che la affascinano più di altri?

“Sì. Da una parte i lucci, che amo moltissimo. Dall’altra i pesci preistorici, quelli che sembrano arrivare da un altro tempo: grandi predatori rimasti quasi immutati da milioni di anni. Mi affascinano non solo per la loro potenza, ma anche per la loro biologia, per i sensi con cui percepiscono il mondo, per l’evoluzione che li ha portati a essere predatori perfetti in cima alla catena alimentare”.

Molti immaginano che i pericoli più grandi siano anaconde, piranha o giaguari. È davvero così?

“In realtà no. Gli animali selvatici, nella maggior parte dei casi, sono schivi. I veri pericoli sono molto più concreti: ami sporchi, tagli provocati dai cavi, ferite che nelle acque tropicali ricche di batteri possono infettarsi in fretta. Sono i germi e i parassiti acquatici a rappresentare il rischio maggiore. Per questo bisogna proteggersi bene, essere vaccinati, avere materiali adeguati e tanta attenzione”.  

L’ultima spedizione le ha lasciato addosso un “marchio" importante.

“Sì, una grossa ferita su un fianco, nel punto in cui appoggiavo la canna durante la lotta con l’arapaima gigas, la “regina rossa” dell’Amazzonia. È un pesce meraviglioso, corazzato, potentissimo. Combattere con animali di quelle dimensioni significa mettere in gioco tutto il corpo, oltre alla testa”.

Che emozione è il combattimento con un big fish?

“È adrenalina pura. Con un siluro il combattimento può durare anche venti minuti, con altri pesci molto di più: con lo storione in Canada mi è capitato di restare in lotta per un’ora e mezza, quasi due. In quei momenti non esiste nient’altro. Sei solo tu, il pesce e una linea sottilissima che vi tiene insieme. È una sfida fisica, mentale, emotiva. Ma c’è anche un’altra emozione, forse meno visibile: l’attesa. Ed è fondamentale. C’è la preparazione, lo studio dei posti, la ricerca degli animali, l’ascolto delle guide locali, l’intuito che cresce con l’esperienza. E poi c’è l’attesa vera, quella lunga, che a volte scoraggia. Ma è proprio lì che si costruisce la pesca. L’abboccata è solo il punto culminante di un percorso molto più grande”. C’è ancora un sogno che insegue?

“Sì, il Pesce Tigre del Congo River. È uno degli obiettivi che mi affascinano di più, ma oggi è complicato per ragioni politiche e di sicurezza, perché molte di quelle zone sono interessate da conflitti. Se un giorno la situazione dovesse stabilizzarsi, sarà sicuramente una delle spedizioni che vorrò affrontare”.

Nel suo futuro vedi ancora solo spedizioni?

“Mi piacerebbe costruire una mia serie, televisiva oppure online. Oggi con due ottime telecamere, un buon editor, un fonico e persone disposte a seguirmi davvero si possono realizzare documentari straordinari. Perché le mie avventure non sono soltanto pesca: sono esplorazione, natura selvaggia, rischio, tecnologia, adrenalina. E credo che abbiano ancora tantissimo da raccontare”. Da Cavriago alle giungle del Sud America, dai siluri del Po ai giganti dei fiumi tropicali, Yuri Grisendi continua a inseguire creature leggendarie e paesaggi estremi con lo stesso stupore del bambino che imparò a pescare accanto a suo padre. Con una differenza: oggi quella “malattia” è diventata un racconto globale, seguito da milioni di persone. E dentro quel nome scelto guardando al cielo, verso quella luna che proprio in questi giorni sembra vicinissima, c’era davvero già tutto.

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© il Resto del Carlino