Certificati anti-rimpatrio: 10 mesi di sospensione per le tre dottoresse indagate
Il caso aveva coinvolto otto medici di Malattie infettive: tre di loro sono stati sospesi dal lavoro
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Ravenna, 22 aprile 2026 – Il tribunale di Bologna ha ieri confermato il provvedimento con il quale il gip Federica Lipovscek aveva sospeso in via interdittiva per 10 mesi dalla professione tre dottoresse del reparto delle Malattie Infettive di Ravenna nell’ambito dell’inchiesta della polizia sui certificati anti-rimpatrio, in totale 34. Gli altri cinque colleghi dello stesso reparto - una più di recente era stata trasferita all’ospedale di Forlì - indagati sempre per falso ideologico continuato (e per interruzione di pubblico servizio), non avevano invece presentato appello dato che la misura interdittiva decisa per loro riguardava, sempre per 10 mesi, la sola possibilità di occuparsi dei certificati necessari per l’idoneità alla detenzione amministrativa nei cpr, i centri di permanenza per i rimpatri: una scelta peraltro adottata pure dall’Ausl Romagna tanto che le ultime visite per i cpr sono state fatte in pronto soccorso.
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In attesa delle motivazioni
Si attendono ora le motivazioni (che dovrebbero essere depositate entro 45 giorni) per capire le ragioni che hanno alimentato la decisione. A quel punto rimarrebbe per le indagate aperta la strada della Cassazione. Sotto il profilo delle esigenze cautelari, in sintesi le tre dottoresse - sostituite in reparto in questi giorni - chiedevano che venisse rivista la sospensione a favore di una misura più blanda. I pm Daniele Barberini e Angela Scorza titolari del fascicolo, avevano chiesto per ciascuno degli otto indagati l’interdizione per un anno dalla professione.
Secondo il gip gli indagati avrebbero agito per ragioni ideologiche
Secondo quanto rappresentato dal gip Lipovscek sulla base delle verifiche e dei sequestri della squadra Mobile, gli indagati avevano agito per ragioni ideologiche: e lo avevano fatto violando la legge, oltre che le norme deontologiche da loro stessi richiamate per difendersi dalle accuse. Come dire che gli otto medici accusati - pur in numero variabile da uno a 11 - aveva vergato certificati anti-rimpatrio ad hoc per evitare il trasferimento degli stranieri irregolari nei cpr in un’ottica “di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina”.
Il rischio di reiterazione
E nonostante l’Ausl avesse fatto sapere, prima degli interrogatori di garanzia del 12 marzo, di avere già escluso gli otto dall’incombenza di certificazione per i cpr, aveva ritenuto sussistenti le esigenze cautelari sul rischio di reiterazione. Pericolo che non era venuto meno neppure quando l’indagine era uscita sui media o con le manifestazioni di solidarietà di colleghi e politici. Anzi, per il gip tali iniziative avevano creato un contesto potenzialmente favorevole alla reiterazione. In definitiva il tema, secondo l’ordinanza cautelare, non era quindi l’adesione a determinate idee: ma il fatto che la condivisione delle stesse si fosse tradotta in comportamenti antigiuridici ritenuti particolarmente gravi e in contrasto con la deontologia medica.
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